Nel 2006 ha subito l'amputazione di una parte della gamba destra: "Dopo il ritiro ho fatto il cameriere, poi l'incidente e la depressione. Nel 2012 avrei potuto partecipare alle Paralimpiadi di Londra, nel canottaggio"
Francesco Albanesi
16 aprile - 08:12 - MILANO
Se non fosse stato per una fetta di torta rimasta incastrata tra i pedali del suo pick-up, Dario Silva avrebbe ancora entrambe le gambe: "Mi sono distratto per prenderla e mi schiantai contro il guardrail. Mi amputarono parte della gamba destra, volevo morire". La famiglia, però, gli ha dato forza e Dario ha riscoperto cosa vuol dire essere felici anche con un pezzo di titanio a sostituire parte del corpo. A Cagliari lo ricordano come “Sa Pibinca”, la scimmietta, perché in campo non stava mai fermo: "A volte ero ingestibile e tiravo qualche calcetto ai difensori". Mazzone, Trapattoni e Ventura lo hanno svezzato, tanto da portarlo vicino al Real Madrid. Oggi vive a Montevideo con cinque figli.
Dario, come riempie le giornate oggi?
“Faccio lo scout per il Cadice. Giro i campi qui in Sudamerica e cerco di trovare i talenti da portare in Europa”.
Ha fatto anche il cameriere, però.
“Dopo il mio ritiro dal calcio ho lavorato a Malaga in una pizzeria di un amico. Aveva tanti coperti e serviva personale, così mi sono proposto per aiutarlo”.
Com’è cambiata la sua vita dopo l’incidente nel 2006?
“Anche senza una gamba si può essere felici. Fortunatamente mi ero già ritirato dal calcio. Nel 2012 ho avuto l’opportunità di partecipare alle Paralimpiadi di Londra, nel canottaggio, ma per vari motivi non ci sono riuscito. Lo sport resta una parte fondamentale della mia vita: vado spesso in bicicletta e nel 2009 sono tornato in campo per una partita di beneficenza”.
Ci spieghi bene la dinamica di quel giorno fatale.
“Stavo guidando in autostrada a velocità moderata. A un certo punto, cercando qualcosa da mangiare, ho notato una fetta di torta caduta vicino ai pedali. Mi sono chinato un attimo per prenderla, ma in quell’istante ho perso completamente il controllo del pick-up. Ho sbandato e sono finito contro il guardrail.”
Sono stato bene con il presidente Cellino, una persona senza peli sulla lingua
Quali furono le conseguenze?
“Le mie gambe rimasero incastrate tra le lamiere. Una volta liberato, sono riuscito a uscire dal finestrino, poi non ricordo nulla. Sono stato in coma per giorni. La gamba destra era gravemente compromessa, dovevo amputarla. In quel momento pensavo di morire. Vedere la sofferenza della mia famiglia, però, mi ha dato la forza di andare avanti. Mesi dopo sono andato in Italia per l’impianto di una protesi”.
Non era neanche solo in auto.
“C’erano altre due persone: una fu sbalzata fuori dal parabrezza, l’altra venne estratta dai vigili del fuoco. Entrambe rimasero illese.”
Ai suoi figli come lo ha raccontato?
“In realtà non ne ho mai parlato apertamente. Diego, il più grande, ha scoperto dell’incidente solo a 18 anni, informandosi da solo sul web.”
Parliamo di campo. A Cagliari arriva nel 1995 e per tutti diventa “Sa Pibinca”. Come mai?
“Quel nome me lo diede Massimiliano Medda, un comico cagliaritano. In sardo significa “scimmietta”: ero un attaccante sempre in movimento, mi appiccicavo agli avversari e davo fastidio. A volte ero ingestibile e, senza fare male, tiravo anche qualche calcetto ai difensori per stuzzicarli”.
Trapattoni, Mazzone e Ventura: un insegnamento che le hanno dato?
“Il Trap mi faceva fare sedute individuali a fine allenamento, spiegandomi come posizionarmi in area, colpire di testa e smarcarmi dai difensori. Mazzone quando si arrabbiava non si capiva nulla, però mi ha dato metodo e disciplina. Con Ventura ci sono state delle incomprensioni, anche se con lui andai in doppia cifra nell’anno di Serie B».
E il presidente Cellino?
“Sono stato molto bene con lui: è una persona senza peli sulla lingua. Se deve dirti una cosa, te la dice senza problemi, bella o brutta che sia”.
Volevo andare al Milan, Gullit e Van Basten erano i miei idoli
Un flash che le viene in mente quando ripensa a Cagliari?
“Le grigliate di pesce, i tifosi e la rovesciata contro il Castel di Sangro, nell’anno della Serie B. Per tutta la settimana avevamo provato in allenamento uno schema su palla inattiva che nessuno capiva. Quando ci assegnarono una punizione in partita, andai da Gianni Cavezzi e gli dissi: “Mettila in mezzo, poi ci penso io a segnare in rovesciata. Detto, fatto”.
Quanto è stato vicino al Real Madrid?
“Nell’anno della promozione in Serie A col Cagliari (1997-98, ndr) feci 13 gol. In estate andai con l’Uruguay in Arabia Saudita per giocare un torneo e un emissario del Real venne a vedermi. Mi volevano, ma penso che per questioni burocratiche il trasferimento non si concretizzò. Alla fine, firmai per l’Espanyol”.
È il rimpianto di una vita?
“No, il rimpianto è non essere andato al Milan, la squadra che ho sempre tifato. Gullit e Van Basten sono stati i miei idoli”.
Perché si faceva i capelli platino?
“Così, se avevo voglia di tingermi, lo facevo. In Nazionale ero più spensierato, un po’ “loco”. Ho giocato il Mondiale del 2002 e con quell’acconciatura volevo farmi riconoscere di più. E poi, portava bene. A Malaga segnai uno dei gol più veloci della Liga: 7 secondi esatti, col calcio d’inizio degli avversari".
A Siviglia è diventato amico di Sergio Ramos.
“Lui era giovanissimo, non aveva ancora la patente. Andavamo insieme agli allenamenti in macchina”.


