Daniele Conti: "Papà scomodo, dovevo lasciare Roma. Mi hanno dato del traditore, ma Cagliari è casa"

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L’ex centrocampista: "Dovevo andare al doppio o passavo per raccomandato. Ho detto no anche a Spalletti e Ranieri, non ho rimpianti, Cagliari era la mia nazionale"

Lorenzo Cascini

30 novembre - 08:27 - MILANO

Per tracciare i confini della sua vita sono sufficienti i primi trenta secondi di telefonata. "Mi sento romano e sardo allo stesso tempo. A Roma sarò sempre legato, ma Cagliari è casa mia. Questa terra mi ha adottato". La chiacchierata con Daniele Conti si apre così. Poi si viaggia. Dai ricordi con papà Bruno fino all’amore per il Cagliari, prima da capitano in campo e poi da responsabile del settore giovanile. Sono stati 23 anni intensi, fatti di grandi incontri, rifiuti illustri e gesti d’altri tempi. "Ho detto di no a tante offerte, senza guardare mai gli zeri nei contratti. Rifiutai anche la Roma di Spalletti: l’idea di lasciare la Sardegna mi faceva stare male".

Andare via da Roma e dai paragoni con suo padre è stata la chiave per farcela nel calcio? 

"Assolutamente. Avere un papà così è stato scomodo. Devi andare al doppio degli altri per toglierti l’etichetta del raccomandato e del “figlio di”. A Roma poi, ancora peggio. Io in giallorosso ho esordito in Serie A, ma poi sono stato contento di andare via. Avevo bisogno di fare il mio percorso".

Il calcio ha fatto sempre parte della vostra vita in famiglia. Si tramanda di generazione in generazione. Un ricordo sul Bruno Conti giocatore?

"Mi portava sempre in spogliatoio, fin da piccolissimo. Una volta il presidente Dino Viola mi chiese con che maglia avrei voluto vedere mio padre, che al tempo era in scadenza. Gli risposi che avrei scelto il Napoli, perché c’era Maradona. Due ore dopo gli aveva già rinnovato il contratto". 

Anche nelle scelte suo padre è stato “scomodo”?

"Mai, anzi il contrario. Io e papà abbiamo sempre parlato poco di pallone. Mi sgridava solo sui cartellini. “Ne prendi troppi Danielì...”, mi diceva". 

C’è anche un’immagine di suo padre in panchina che si copre il volto dopo un suo gol alla Roma.

"Penso lo abbia fatto dopo tutti e 5 i miei gol. Ai giallorossi ho segnato spesso, ma non l’ho mai fatto per spirito di rivalsa o altro. Negli anni ne ho sentite e subite di tutti i colori". 

Come quando la fischiarono all’Olimpico?

"Mi incolpavano di aver esultato troppo sotto il settore ospiti. Ma non mi pento di nulla, i cagliaritani sono la mia gente e io in quel momento rappresentavo loro. La Roma, mio padre e tutto il resto non c’entrano. Mi diedero del traditore, invece il mio era semplicemente amore incondizionato per una terra". 

Alla Roma poi sarebbe potuto finire qualche anno dopo.

"Sì, mi chiamò un dirigente. In panchina c’era Spalletti e so che mi avrebbe voluto. Ma l’idea di lasciare la Sardegna mi faceva stare male. Le offerte che arrivavano non riuscivo nemmeno ad ascoltarle".

Ha mai avuto rimpianti? Magari in una big si sarebbe giocato un posto in Nazionale.

"Il Cagliari è sempre stato la mia Nazionale. Potevo andare a Napoli, a Firenze, in Germania. Di possibilità ne ho avute veramente tante. Un anno mi chiamò Ranieri che voleva portarmi al Monaco. 'Ma come faccio a lasciare questa gente1, gli dissi. Sapevo che lui poteva capirmi". 

In rossoblù ha giocato sedici anni, collezionando 464 partite. Salutò con la retrocessione in Serie B nel 2015.

"Mi sarebbe piaciuto chiudere in maniera diversa, sono stato male per Cagliari e per i nostri tifosi. Non ho festeggiato perché non c’era niente da festeggiare. Era un giorno triste per la Sardegna, mica per me che smettevo".

Dopo il Cagliari ha avuto qualche tentazione?

"Gli Stati Uniti. C’era una possibilità di andare a giocare lì e mi sarebbe piaciuto. Ma col senno di poi sono contento di aver legato la mia carriera ad un’unica maglia". 

Lei è stata una delle ultime bandiere: oggi merce rarissima…

"Ne sono orgoglioso. Cagliari è casa mia e lo sarà per sempre".

AS Roma's Daniele Conti, right, is cheered by his teammates Paolo Sergio of Brazil, left, and Marco Del Vecchio after scoring AS Roma's second goal during the Italian first division soccer match AS Roma vs Perugia in Rome's Olympic stadium, Saturday, December 5,1998. Rome won 5-1. (AP Photo/Giuseppe Calzuola)

A portarla in Sardegna fu Cellino. Un flash?

"Ha sempre avuto fiducia in me. Anche all’inizio quando in campo facevo fatica e mi guardavano male pure per strada. Sembrava avessi ucciso qualcuno. Il pres mi ha difeso in ogni occasione. Poi era particolare, fissato con la scaramanzia. Una volta giocai con un paio di scarpe viola, venne da me e mi disse: “Se perdiamo te le brucio”. Vincemmo, ma non le ho mai più messe per sicurezza". 

Per sei anni — dal 2008 al 2014 — ha avuto come compagno Davide Astori. La sua scomparsa sconvolse il mondo del calcio.

"È stata dura. Io e Davide eravamo molto legati, mi sento ancora con i suoi fratelli. Un ragazzo speciale, pieno di passioni. Era una persona vera come piacciono a me. Sara l’indole del capitano...". 

In quella squadra c’era anche Nainggolan.

"Una furia, Radja era davvero inarrestabile. Arrivò da noi giovane ma molto consapevole dei suoi mezzi. Faceva ancora tanti errori, però. Quanti discorsi gli ho fatto: era come fosse un fratello minore. Non volevo che sprecasse l’immenso talento che aveva e cercavo di farglielo capire".

Nel 2023 ha lasciato il Cagliari dopo sette anni da responsabile del settore giovanile. È stata una scelta sua?

"Sì, nessuno mi ha mandato via. Sentivo di essere arrivato alla fine di un percorso". 

E oggi che fa Daniele Conti?

"A Cagliari ho lavorato molto con i giovani e ho capito quanto è difficile ragionare d’insieme. Quando giochi non te ne rendi conto. Per ora mi godo la mia famiglia. Poi in futuro vedremo...".

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