maledetti
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Dal trionfo del 2002 all'incubo del 7-1 con la Germania con il suo Brasile, la parentesi anonima col suo Portogallo: la carriera mai banale di Scolari
C’è qualcosa di maledetto in quest’uomo corpulento, dal volto simpatico e dal sorriso sempre pronto sotto i baffetti spolverati di grigio. Qualcosa cui nemmeno lui riesce a dare un nome, perché è sfuggente come un’anguilla: appena la tocchi sguscia via dalle mani e ti lascia intatto il dolore che divora l’anima. La gloria, il momento assoluto, l’apice della carriera lo aveva già vissuto nell’estate del 2002: lui, brasiliano del sud, aveva guidato la Seleçao alla conquista del Mondiale. Era il Brasile di Ronaldo, Rivaldo e Ronaldinho. Da quel momento, l’uomo osannato come il mago del calcio ha messo in fila delusioni che lo hanno profondamente segnato, lo hanno fatto riflettere e lo hanno, soprattutto, costretto a fare i conti con la brevità della gioia. Luiz Felipe Scolari, detto Felipao, è il personaggio di questa storia che, dopo il successo al Mondiale del 2002 con il Brasile, si trasferisce in Portogallo. Gli hanno affidato la nazionale che dovrà partecipare all’Europeo del 2004 organizzato proprio in Portogallo. Una squadra piena di talento, pensano i dirigenti, nelle mani di un uomo che ha idee chiare, nervi saldi e capacità di gestione: un mix che non può che condurre al successo. E il Portogallo, con Deco e Rui Costa, con Figo e con Costinha, con Maniche e Nuno Gomes, e con il giovanissimo Cristiano Ronaldo, fila spedito e arriva fino alla finalissima che si gioca in una torrida sera d’inizio luglio a Lisbona. Avversaria è la Grecia, autentica sorpresa del torneo. Ma la gente non s’interessa dell’avversario, è convinta che non ci possano essere ostacoli tra il Portogallo e la gloria. Lisbona è una festa di bandiere fin dal mattino, Scolari sente la pressione del momento: sa di essere, in quel momento, l’uomo da cui dipende il destino di una nazione intera. Il Portogallo attacca, la Grecia si difende e poi piazza il colpo decisivo con Charisteas, centravanti di cui nessuno conosceva l’esistenza prima di allora. Finisce in lacrime, anche Scolari si passa la mano sulla faccia per asciugarsi il dolore. I portoghesi, gente abituata a convivere con le avversità del destino, ripongono le bandiere della speranza e lui, Felipao, sempre attento a fare autocritica e ad analizzare ogni aspetto del suo lavoro, si chiude in un silenzio di riflessione. Perdere la finale di un Europeo ci può stare, rientra nelle regole del gioco, ma farlo davanti al proprio pubblico è una mazzata dalla quale è difficile risollevarsi.



