Dal portiere degli Stati Uniti laureato ad Harvard ai tanti italiani che scelgono i campus americani: borse di studio, strutture d’eccellenza e il sogno della Mls, il calcio universitario sta vivendo una fase di crescita e trasformazione
Matt Freese avrebbe potuto puntare in serenità alla “Pearson Specter”, lo studio di avvocati d’élite di Suits, serie tv sul mondo della legge. Papà, neurochirurgo di fama nazionale, se lo immaginava in aula a risolvere casi delicati, ma il figlio ha scelto un’altra via. Anche se alla fine, con una sana astuzia, ha sfruttato il suo talento col pallone per conseguire una specializzazione ad Harvard in economia. Nel frattempo, tra un esame e l’altro, giocava in porta con l’Harvard Crimson, la squadra di calcio dell’università più famosa del mondo. A referto una ventina di presenze nel campionato di Ncaa.
dai college al mondiale
—
Freese è uno dei 25 giocatori del Mondiale che si sono formati nei college americani: dieci giocano nel Canada, tra cui l’ex Inter Tajon Buchanan, quattro nella Nuova Zelanda, tre con Haiti e otto negli Stati Uniti. Oltre a Freese, si tratta di Matt Turner, Miles Robinson, Max Arfsten, Mark McKenzie, Sebastian Berhalter, Cristian Roldan e Tim Ream, il capitano, 38 anni, uno a cui da ragazzino dicevano che “non brillava in nulla”, ma che alla fine ha zittito tutti: è al suo secondo Mondiale. Ream ha giocato per diversi anni con la i Billikens della Saint Louis. McKenzie s’è divertito per un po’ con i Wake Forest Demon Deacons, Arfsten con la UC Davis e così via. Duke Lacroix, difensore di Haiti cresciuto in New Jersey, al college si divideva tra il calcio e la staffetta 4x400. Faceva anche parte della nazionale statunitense. Il college li ha formati, svezzati, resi i giocatori che sono oggi offrendo loro basi tecniche e di vita. Oggi nelle università americane ci sono circa una quarantina di giocatori italiani. La squadra che ne ospita di più è la New Haven Chargers di West Haven, Connecticut, ma ce ne sono vari anche nel Merrimack College di North Andover, in Massachusetts. Poi Kansas City, Washington e così via. Gran parte di loro sono ragazzi con esperienze nei settori giovanili di squadre di Serie A. A fare da ponte sull’Oceano ci pensa College Life Italia, un’istituzione in merito di ricerca e borse di studio. Dal 2013 a oggi si attivano con le università per riuscire a reclutare giocatori in tutta Italia, bramosi di fare un’esperienza all’esterno unendo la passione per il calcio e lo studio.
il campionato svolta
—
Prima di parlare del “soccer”, vanno memorizzate le sigle: Ncaa, Naia, Njcaa. Sono tre leghe del sistema sportivo universitario americano. Le prime due tirano dentro college e università che durano quattro anni e ti danno accesso a un “bachelor degree”, una laurea triennale italiana. L’ultima coinvolge gli “junior college” di due anni. Le squadre di calcio di queste tre leghe sono più di mille, ma in quella più importante, ovvero la Ncaa, ce ne sono circa duecento divise in confederazioni: “American”, “Caa” o “Ivy League”, casa delle otto università più prestigiose come Harvard o Yale. La College Cup è corta: tre settimane di preparazione, stagione regolare da settembre a dicembre. Nel 2025 hanno trionfato i Washington Huskies, vittoriosi contro i Wolfpack della North Carolina di fronte a diecimila persone. La grande novità arriverà nel 2027, però, quando il calendario sarà equiparato a quello della Mls. Si giocherà in autunno e in primavera. Questo rappresenta il più grande punto di svolta recente del college soccer. Si giocheranno più partite e avrà più visibilità.
se non studi, non giochi
—
“Sarà una svolta per tutto il movimento”. A parlare è Mirko Nufi, trent’anni, ex difensore con un passato nell’Inter, allenatore in seconda dei Merrimack Warriors. “Sono in America dal 2018 - ci racconta -, ho sempre voluto studiare. Grazie a College Life Italia sono riuscito ad avere una chance, da lì è stato tutto in discesa”. Mirko ci ha spiegato come funziona la selezione: “Ogni mese riceviamo una sessantina di e-mail con i video dei giocatori interessati. Molti li andiamo a vedere. C’è un lavoro di scout che coinvolge anche il contatto con le famiglie. La nostra è una scuola da 85 mila dollari l’anno, quindi la borsa di studio ha una valenza importante. La garantiamo per fasce, ma c’è”. La giornata tipo è comune: “Tutto nel campus: in preaseson ci si allena di mattina e di pomeriggio, dopo un pranzo tutti insieme. A novembre c’è il Draft, e ha le stesse regole dell’Nba o del football. Inoltre, siamo molto attenti allo studio. Sei non hai una certa media, non giochi”.
mla e draft
—
Un’altra testimonianza arriva da New York. Fabio Reato, 33 anni, è il vice allenatore dei Manhattan Jaspers e vive negli Usa dal 2017. Ha giocato nel settore giovanile del Milan e in Serie C. “Qui c’è meno pressione, è ovvio, ma il mondo dei college si è evoluto in positivo. Ci sono dozzine di allenatori internazionali, giornate intere dedicate ai provini, e se sei bravo sul serio puoi arrivare anche in Mls. È il caso di Sebastiano Musu, 25 anni, attaccante. Dopo la stagione con noi fu selezionato dal New York City FC. Gioca nella seconda squadra. A luglio 2025 ha debuttato nella Major League. In campo c’erano Maxi Moralez e Freese, portiere titolare degli Stati Uniti. Il ragazzo di Harvard”. Gli italiani ad aver intrapreso il viaggio oltreoceano sono diversi. Tra loro anche Giacomo Sala, figlio dell’ex Milan e Atalanta Luigi, oggi giornalista. Ha giocato per tre anni nel Missouri. “Prima di ogni sessione autunnale bisogna fare dei test atletici, e dovevi passarli. Altrimenti finivi fuori rosa. Il primo consisteva nel fare 120 yards all’andata e altre 120 al ritorno, ovvero avanti e indietro sul campo, in due minuti e 40 secondi. Questo per dieci volte, con una pausa. Poi andavi a dormire, ti svegliavi e alle 6.30 ricominciavi col test del miglio: se stavi sotto i 5'25" eri fuori rosa”. Una routine tosta. Un altro ad aver giocato al college è stato Francesco Renzi, figlio dell’ex presidente del consiglio Matteo. Per lui un anno tra le fila degli Fiu Panthers, in Florida: “Arrivammo fino agli ottavi. Giocai un solo anno per l’Mba in Sport Management. Ricordo trasferte di nove ore dove prendemmo due voli e rimanemmo fuori tre giorni. A fare la differenza sono sempre state le strutture: curate, all’avanguardia. E poi la partita: i cambi sono illimitati, puoi uscire e rientrare, e questo è un fattore. Poi l’orologio si ferma in determinate situazioni di gioco. Inoltre, nei supplementari c’è il golden gol”. Abolito nel resto del mondo. Stranezze di un soccer che funziona sempre di più.

