Da Gasp ad Amorim, da Sarri a Tedesco: la sfida generazionale delle panchine in Serie A

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Undici allenatori ai nastri di partenza del campionato hanno meno di 45 anni: ben nove panchine quest'estate hanno cambiato padrone per il torneo 2026/27

Pierfrancesco Archetti

Giornalista

22 agosto - 13:06 - MILANO

Soltanto due volte nelle ultime dieci stagioni lo scudetto è stato vinto da allenatori con un’età inferiore ai cinquant’anni: sono Cristian Chivu, quarantacinquenne, e Simone Inzaghi, 48. Si potrebbe includere anche Massimiliano Allegri del 2016-17, per un paio di mesi era ancora quarantanovenne, ma il mezzo secolo lo attendeva dietro l’angolo, questione di giorni insomma, non dell’anno di nascita. I vincitori rispecchiano anche la mentalità di un movimento in cui sono considerati giovani anche se l’anagrafe dice il contrario, però il vento sta cambiando. Già il titolo di Chivu, alla prima stagione intera su una panchina di Serie A, ha indicato come si possa affidare una fuoriserie a un esordiente senza che per forza debba uscire di strada; ma pure la qualificazione alla Champions League del Como di Cesc Fabregas, 39 anni, stimola i presidenti a cercare il rinnovamento, idee più fresche in un ambito in cui il coraggio viene spesso scambiato con insensatezza. 

INVERSIONE DI ROTTA 

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Guardando fuori dai confini, la Premier League è finita nel palmarès di Mikel Arteta, 44 anni; la Bundesliga nelle ultime due edizioni è atterrata nella bacheca di Vincent Kompany, che ha festeggiato i quattro decenni di vita lo scorso 10 aprile. Se ci riescono all’estero, perché non si può tentare anche in Italia? Le risposte sono molteplici, il calcio comunque non si sottrae a un comportamento da conservatori della società italiana, però l’inversione di rotta può essere anche da esempio per altri settori extra sportivi. L’età media dei signori della panchina si è abbassata in questa estate caratterizzata da nove cambi di allenatori su venti squadre. Undici tecnici sono sotto il mezzo secolo, nove non superano i 45 anni, tre al momento del via del campionato sono ancora under 40, considerato che accanto a Carlos Cuesta (31) e Fabregas, anche Ignazio Abate del Torino festeggerà i 40 in novembre, mentre il suo coetaneo Fabio Pisacane li ha compiuti in gennaio. 

SFIDA GENERAZIONALE 

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Lo scontro generazionale è spesso un terreno fertile per far nascere proposte e sperimentazioni che poi sfociano in sistemi di successo. Non esiste un calcio per giovani e uno per vecchi, ma il prodotto è spesso frutto di confronti, innovazioni, apertura: Gasperini, decano degli allenatori di A, ne è la dimostrazione. Le sue squadre sono spesso brillanti e creative, come non si può accusare di vecchiume la merce mostrata da Sarri o Spalletti. È questo il bello di un campionato che nella parte tecnica, intesa come insegnamenti dalla panchina, rimane ai massimi livelli. Se mancano, causa una netta inferiorità economica, le stelle di prima grandezza, il laboratorio italiano cerca di sviluppare un conflitto sportivo intriso di acute sfide sul piano tattico. Una nuova generazione, tra campioni del mondo (Grosso, De Rossi) e debuttanti incalza i senatori, da oggi già si cominceranno a vedere le risposte. 

I DUE GIOVANOTTI

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La media del torneo è di 49,9 anni, perché alzano i parametri i senatori come Gian Piero Gasperini (68), Luciano Spalletti e Maurizio Sarri (67). Coloro che l’abbassano, Cuesta e Fabregas appunto, non sono nemmeno esordienti e forse hanno ispirato alcuni club a tentare di imitarne il comportamento. Fabregas è alla quarta stagione al Como, il suo percorso in crescendo lo ha portato prima alla promozione in A, poi al decimo posto nell’anno da matricola in cui vanno capite le potenzialità e le difficoltà di un livello superiore. Quindi il decollo con la quarta posizione dello scorso torneo, con annessa la prima storica qualificazione alla Champions. Qualche volta Fabregas è scivolato nell’overcoaching, in un eccesso di nozioni e precauzioni che hanno tolto efficacia al complesso, però il suo calcio di possesso e riaggressione, di verticalità e disconoscimento dei ruoli fissi ha fatto breccia in un torneo in alcuni aspetti anche troppo rigido. Cuesta è spagnolo come lui, è stato messo sotto contratto dal Parma quando aveva soltanto 29 anni. È uscito dalla scuola di Arteta, di cui è stato assistente all’Arsenal, ma con un trascorso anche nel vivaio della Juventus e dell’Atletico Madrid; chi si aspettava fuochi d’artificio e grandi squilibri tattici è stato deluso. Consapevole che la sua missione era quella della salvezza e di poter mettere in vetrina qualche giocatore da vendere a caro prezzo, Cuesta ha condotto nel porto sicuro il Parma con un difensivismo moderno, ma sempre di squadra chiusa si tratta, con una difesa a cinque, poco possesso e una buona percentuale di realizzazioni su calcio piazzato. Ha costruito un’identità nettamente percepibile e non ha più cambiato. I risultati gli hanno dato ragione. 

SCUOLA SERIE B

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Sono quattro gli esordienti nel campionato che partirà oggi. Domenico Tedesco (41 anni il 12 settembre) del Bologna, Ruben Amorim, suo coetaneo, al Milan, il granata Abate e Alberto Aquilani, 42 anni, al Sassuolo. La giovane età li accomuna, però il passato è molto diverso. Aquilani e Abate arrivano dalla cantera della Serie B e prima ancora dalla felice gavetta nelle giovanili. Un percorso per gradi, Aquilani ha portato il Catanzaro alla finale dei playoff di B persa con il Monza, nella stagione scorsa. Propone un sistema difficilmente inquadrabile per i continui cambi di posizione, le rotazioni tra centrocampisti ed esterni per non fornire riferimenti sicuri. Al Sassuolo dovrà confrontarsi con il dopo Grosso, altro under 50 salito di grado, passando alla Fiorentina, ma soprattutto l’ex romanista si troverà nel dopo Carnevali, che del club della Mapei era l’anima. La scelta del Torino si chiama invece Abate, un allenatore giunto fino alla semifinale playoff con la Juve Stabia. Abate ha mostrato idee coraggiose e propositive, costruzione di gioco con personalità e niente speculazioni aspettando l’iniziativa dell’avversario. Il neoallenatore granata ha l’entusiasmo dei giovani che vuole dare fiducia ai giovani. Un manifesto di cui la Serie A sente il bisogno. 

DALL’ESTERO 

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La caratura internazionale di Tedesco (ex Lipsia e nazionale belga) e Amorim (già allo Sporting e al Manchester United) pone la questione se saranno loro a italianizzarsi o a portare un ventaglio di idee più internazionali. Soprattutto Amorim ha di nuovo il compito (fallito a Manchester) di risollevare una nobile decaduta, lui che si è trovato più a suo agio nelle vesti di underdog: quando ha riportato al titolo portoghese lo Sporting, dopo 19 anni di digiuno, non si è cullato sulla gloria improvvisa ma ha mantenuto un profilo alto giungendo a un secondo titolo tre stagioni dopo. Il fallimento inglese comprende anche una finale di Europa League persa nel derby con il Tottenham, club bollato come eterno perdente, e lo ha riportato sulla terra. Lui e il Milan si somigliano, vanno alla ricerca delle convinzioni perdute.

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