Da Di Stefano a Valdano, quel ponte che unisce Argentina e Spagna

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(di Riccardo Rimondi) Madrepatria ed ex colonia, flamenco e tango, calciatori emigrati a est e poeti in fuga a ovest. Dopo i veleni di Argentina-Inghilterra, quella tra Roja e Albiceleste è la finale tra due parenti strette. Un ponte invisibile unisce le due sponde dell'Atlantico, grazie al pilastro di una lingua in comune. Lo percorrono atleti, scrittori, artisti e passioni. Per scoprirsi a casa su entrambe le rive, un po' argentini e un po' spagnoli, un po' gauchos e un po' matadores.
    È il caso del mito fondativo della squadra simbolo del calcio spagnolo: Alfredo Di Stefano arrivò al Real Madrid a 27 anni e lo guidò alla vittoria di cinque Coppe dei Campioni consecutive.
    Bisogna fidarsi delle testimonianze perché le prove video sono scarne, ma chi lo ha visto giocare lo mette al tavolo dei Pelé, Maradona e Messi. È stato il più grande calciatore a non giocare mai un Mondiale, né con la Selección né con le Furie rosse.
    Domenica, comunque vada, il Mondiale lo vincerà il suo Paese.
    Con Cristiano Ronaldo, Di Stefano è il madridista con più gol all'attivo nel Clasico. Li supera solo il blaugrana Leo Messi, simbolo dell'Argentina, eppure anche catalano da quando aveva 13 anni e il Barcellona lo portò da Rosario alla Masia, garantendogli le cure di cui aveva bisogno. D'altronde la stessa maglia era già stata indossata da Diego Armando Maradona, una volta attraversato l'Atlantico. Se il rapporto tra il Pibe de Oro e la Spagna fu breve, spezzettato e sofferto, lo stesso non si può dire per il suo compagno di Messico 1986 Jorge Valdano, che chiuse la carriera in campo col Real e oggi scrive di sport per El País. Più raro che i signori del calcio si trasferissero a ovest. Ma l'allenatore argentino Helenio Herrera, il Mago che fece grande l'Inter dopo aver dominato in Spagna, era figlio di migranti spagnoli.
    Allargando lo sguardo, anche il più grande sportivo argentino prima di Maradona ebbe bisogno della Spagna per iniziare la sua epopea, nel suo caso a bordo di un'Alfa Romeo: era il 1951, quando Juan Manuel Fangio sul circuito di Pedralbes vinse il primo di cinque titoli mondiali di Formula 1.
    Ma la relazione tra i due Paesi non si spiega solo con lo sport. È la storia di due popoli legati dal filo comune della passione, come raccontano le rispettive danze simbolo, il flamenco e il tango, che quasi nulla spartiscono se non il fatto di essere nati negli ambienti ai margini della società ed essersi ritrovati patrimonio Unesco, con le loro note capaci di mettere in musica le emozioni più profonde e affidarle a un singolo ballerino (il flamenco) o a due (il tango). È una storia di rivendicazioni contro l'Inghilterra. Due anni prima che Messi e compagni srotolassero lo striscione per le Malvinas, Rodri e Alvaro Morata festeggiavano il titolo europeo al grido di "Gibilterra è spagnola". Non a caso Madrid fu l'unica capitale occidentale a non schierarsi con Londra durante la guerra delle Falkland. Ironia della sorte, oggi Spagna e Argentina sono guidate da due leader - Pedro Sánchez e Javier Milei - che non condividono nulla, a partire dal rapporto agli antipodi col padrone di casa Donald Trump.
    È la storia di due Paesi i cui intellettuali e artisti hanno percorso il ponte immaginario sull'Atlantico per sfuggire alle rispettive dittature. Lo fece il poeta andaluso Rafael Alberti, riparato in Argentina dopo la guerra civile spagnola per iniziare un esilio concluso alla morte di Francisco Franco.
    Toccò all'attrice argentina Cecilia Roth, quando Jorge Rafael Videla salì al potere: in Spagna conobbe il regista Pedro Almodóvar, con cui strinse un sodalizio destinato a durare anche una volta tornata in Argentina fino al capolavoro "Tutto su mia madre", la cui protagonista è un'emigrata argentina.
    Ed è la storia di due culture in cui il calcio è elemento inscindibile della società e della letteratura, come raccontano i romanzi e i racconti di due pesi massimi come Osvaldo Soriano e Manuel Vázquez Montalbán. Quella di domenica sarà anche la partita tra le avventure di "Fútbol", che l'autore sudamericano visse e soprattutto sognò sui campi della provincia argentina, e l'atmosfera thriller di "Il centravanti è stato assassinato verso sera", uno dei capolavori dello scrittore del quartiere Raval che definì il Barca "l'esercito disarmato" della Catalogna.
   

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