L'ex sciatrice si racconta: "Non se l’aspettava nessuno, compresa lei. Un’emozione grandissima, ha fatto qualcosa di incredibile. E questi Giochi sono stati un successo"
Andrea Barilaro
28 febbraio - 08:38 - MILANO
Se vivete su Marte e non conoscete Deborah Compagnoni, sentite un po’ qui. “Debby, ti rendi conto di cos’hai rappresentato per la mia generazione? Io sono del ’73, quando sciavate te e Tomba si fermava l’Italia. A scuola i prof interrompevano le lezioni e si accendeva la tv. Per noi ragazzini eri tutto. Insistevamo per avere i tuoi scarponi viola, gli XR9...”. È una delle tante domande fatte all’ex sciatrice durante il talk organizzato da Sportweek e Rinascente allo store di Piazza Duomo. E alla fine riassume un po’ tutto perché Debby è questa roba qui. Se non basta, qualche info per i ‘marziani’: classe ’70, tre ori e un argento ai Giochi, tre ori Mondiali e pure una Coppa del Mondo di gigante. “Mai pianto per i miei ori olimpici, invece l’ho fatto per Federica Brignone”.
Ci racconti.
“Ero a Cortina per il superG, ho pianto perché è stato un oro inaspettato. Non se l’aspettava nessuno, compresa lei. Un’emozione grandissima, ha fatto qualcosa di incredibile mandando anche un bel messaggio: quando credi in te stesso e lavori in un certo modo, puoi raggiungere qualsiasi risultato”.
Cos’ha fatto la differenza?
“Ha gareggiato libera di testa, non si è fatta sopraffare dalla pressione. Cosa che invece è accaduta ad altri atleti di livello, per esempio a Ilia Malinin: l’America intera era lì che lo guardava, ma alla fine ha sbagliato. Alle Olimpiadi anche la testa fa la differenza”.
Perché Federica Brignone è unica?
“Tecnicamente è impressionante. Quando scia distribuisce bene il movimento, ha un’ottima conduzione, riesce a mantenere velocità senza decelerare. Tutto questo l’ha imparato grazie alle discipline veloci”.
E la nostra Tigre non è stata l’unica a regalarci un oro...
“Francesca Lollobrigida ne ha vinti due nel pattinaggio di velocità, è stata bravissima. Così come Lisa Vittozzi nel biathlon. Lei due anni fa ha avuto un problema importante alla schiena. A un certo punto sembrava che non sarebbe rientrata, invece... Tutti gli atleti hanno belle storie da raccontare, per questo le medaglie viste dal punto di vista dell’atleta assumono ancora più valore”.
Rispetto, solidarietà, fair play: i Giochi sono la cosa più bella dello sport
Deborah Compagnoni
Cos’altro ha seguito di Milano Cortina, di cui tra l’altro è ambassador?
“Ho cercato di seguire un po’ di tutto, alcune gare anche dal vivo. Tra queste, la discesa maschile a Bormio dove Giovanni Franzoni ha vinto l’argento e Dominik Paris il bronzo. Poi il pattinaggio, l’hockey... È bello perché i Giochi avvicinano la gente anche a sport meno popolari, ma comunque interessanti e belli da seguire. E nell’aria c’è anche lo spirito olimpico, un qualcosa di bellissimo”.
Cos’hanno di speciale i Giochi?
“Per i valori quali rispetto, solidarietà, fair play. Ogni due anni ci si ritrova tutti e si lasciano da parte problemi, pensieri... È come se sparissero, credo che sia questa la cosa bella che riesce a fare lo sport. La televisione italiana ha un canale completamente dedicato ai Giochi, però a quel punto ti chiedi: ‘Perché non può rimanere anche dopo le Olimpiadi?’. Averle organizzate in casa è stato bellissimo, sono state un successo. Tutto questo al di là dei risultati che, comunque, sono stati splendidi grazie alle 30 medaglie vinte”.
Albertville 1992, primo dei tre ori olimpici. Un ricordo?
“Il più nitido risale a qualche giorno prima della gara. Non volevo gareggiare, avevo tantissima pressione addosso. Ero scappata a casa di mia nonna, mi sono venuti a prendere lì e mi hanno portato ai Giochi. E per fortuna, perché poi ho vinto il superG. Era stata una giornata intensa tra premiazioni, interviste... Così il giorno dopo, per il gigante, non ero centrata. Difatti sono caduta e, nel rialzarmi, mi sono rotta il ginocchio. Da quel momento è iniziato un periodo un po’ difficile. Però, come ha dimostrato Federica, insistendo, lavorando bene e facendo le cose senza fretta, ci si può sempre riprovare. Così è stato anche per me. Come dico sempre, i risultati più belli della mia carriera li ho ottenuto dopo momenti complicati. Ho imparato a essere paziente e a fare le scelte giuste, come quella di non fare più la discesa per non rischiare troppo nelle gare di velocità”.
Una fotografia da Lillehammer 1994?
“Quanti bei ricordi! È stata un’Olimpiade molto ‘vicina’ al pubblico. Letteralmente vicina... La città sarà grande come una nostra di provincia. Era tutto lì attorno, molto circoscritto. Avevo portato anche la bandiera durante la Cerimonia d’Apertura bellissima. Di quei Giochi ci si ricorda proprio la vicinanza con la gente, c’erano meno filtri rispetto a oggi”.
Tomba si ricorda tutto, io no... a volte mi dimentico del mio argento
Deborah Compagnoni
Tre ori olimpici ma anche un argento.
“A volte me lo dimentico anche io! Insieme agli ori rimane un po’ lì, poverino. È passato un po’ di tempo... Non sono come Alberto Tomba, lui si ricorda tutto, ogni gara. Anche le mie!”.
Insieme avete accesso il braciere all’Arco della Pace di Milano. Anni fa vi allenavate anche insieme, giusto?
“È capitato spesso e ricordo come sciava in certi passaggi. Io guardavo le scie che rimanevano sulla neve, provavo a fare come lui però effettivamente qualcosa di diverso c’era nelle sue traiettorie”.
Ma è vero che nel superG le arrivava abbastanza vicina?
“Quando si è in forma il distacco con gli uomini si assottiglia, però dipende dalla pista, così come dalla presenza o meno del ghiaccio, oppure dalla pendenza del tracciato. In superG la differenza è minore. Lo scorso anno la Gut-Behrami, col suo tempo, sarebbe arrivata decima nella gara degli uomini sullo stesso tracciato”.
Oggi si diverte ancora a sciare?
“Mi piace molto. È uno sport che ti dà un senso di libertà, in più lo si pratica all’aria aperta e in luoghi molto belli. Questa è la parte affascinante. Però quando c’è tanta gente in pista non mi piace tanto... (ride)”.
Sciatrice da sempre?
“Gli sci li ho messi su a due anni e mezzo. Avevano portato a sciare mio fratello maggiore e io non riuscivo a stare a casa: volevo andare pure io. In uno dei racconti del mio libro Una ragazza di montagna. Storie di un’infanzia felice tra neve, prati e avventure racconto dei miei primi sci azzurri. Ce li ho ancora, dopo di me li hanno usati i miei figli e le mie nipoti: praticamente è un cimelio di famiglia”.
Il prossimo libro?
“Nelle biografie bisogna raccontare tutto per davvero, quindi aspetto ancora un po’...”.

