Nico Paz in prima fila a dirigere i festeggiamenti, tifosi in estasi per Fabregas: "Ci ha fatto vivere cose mai viste"
26 maggio - 00:20 - MILANO
C’è un Paz impazzito di gioia sul parapetto del primo pullman scoperto in partenza dal Sinigaglia nel “Como si dice Champions” tour per la città in festa per la storica qualificazione alla coppa dalle grandi orecchie. Il Diez domenica a Cremona non è sceso in campo per i postumi di una botta e proprio per questo forse ci teneva a risarcire i quindicimila tifosi biancoblù che a passo d’uomo hanno sfilato per le vie del centro accanto ai loro beniamini. Con partenza intorno alle 20 dallo stadio, il percorso ha toccato i luoghi più iconici: via Vittorio Veneto, via Cavallotti, piazza Verdi, per terminare nella location più suggestiva, piazza Cavour affacciata sul lago dove ad attendere gli eroi c’era un’apoteosi di bandiere, striscioni, fumogeni e fuochi d’artificio.
che coppia
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Ubriaco di gioia, a fianco di un Fabregas scatenato, anche il presidente Mirwan Suwarso, che ha sempre esibito quella sobrietà imposta dal suo ruolo manageriale, ma che questa volta si è sciolta nel calore biancoblù. Suwarso-Fabregas è sempre stato un binomio perfetto: l’istinto puro e la spontaneità del catalano, spesso scambiati per sfrontatezza e presunzione, trovavano il punto di equilibrio nelle parole sempre soppesate, nella saggezza tipicamente orientale dell’indonesiano. Questa volta no, nessun freno inibitore di fronte a questa impresa impossibile solo da pensare due anni e mezzo fa, quando Fabregas veniva scelto come capo allenatore con la squadra in Serie B.
la doppia anima
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È Stefano V., 59 anni, che sventola lo striscione più simbolico della serata. In tre frasi e un nome riassunta la doppia anima del club. “Andiamo, Vamos, C’mon” si legge accanto alla gigantografia che ritrae un Fabregas in piena trance agonistica, doppio pugno teso a esultare per una qualsiasi delle venti vittorie del Como in Serie A, record nella storia del club nel massimo campionato. Subito dopo l’italiano c’è lo spagnolo, la lingua più usata nello spogliatoio di Mozzate, e poi l’inglese, quello che si parla negli uffici della Sent - la società con cui la famiglia indonesiana Hartono controlla il Como 1907 -, dove i manager internazionali ogni giorno lavorano febbrilmente a retail e merchandise, a oggi importanti tanto quanto la parte sportiva, se non di più. Sotto la foto di Fabregas, quel “Cesc cumasch” è una crasi tra dialetto comasco e catalano che spiega meglio di qualsiasi altra cosa il legame fra realtà locale e spirito internazionale. “Vado allo stadio da quando avevo sette anni - racconta Stefano con la voce rotta, fra emozione e un pomeriggio a cantare l’euforia biancoblù - e questa è la gioia più grande che abbia mai provato. Il Como l’ho seguito dappertutto, Serie D, C, B, amichevoli comprese. Non me ne sono persa una. Nel mio cuore c’è Lulù Oliveira, che nel 2001 a suon di gol ci ha trascinato in Serie A. Ma questa è una squadra fantastica, io sono pazzo di Baturina, secondo me uno dei giocatori più forti che abbia vestito questa maglia. Nico Paz, ovvio, è fuori categoria. Sono sicuro che resterà a giocare un altro anno con noi, non andrà all’Inter! Quest’anno sono andato anche a Lecce, a Pisa, a Bologna ma la più grande soddisfazione me la sono tolta a Torino contro la Juve che abbiamo dominato. Con un allenatore così nessun sogno è irrealizzabile, Fabregas è attualmente il più forte che c’è in Europa”.



