Coach Macci: "Nelle Williams c'era una rabbia... Serena tornerà per competere. Sinner non è in crisi"

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Le due leggende del tennis femminile descritte dal loro primo allenatore: "Ho capito subito che potevano non solo diventare n.1 entrambe, ma fare qualcosa di enorme per lo sport".

Federica Cocchi

Giornalista

4 marzo - 18:31 - MILANO

Ci dà appuntamento alle 9 del mattino italiano, le tre di notte a Boca Raton, Florida. Ci stupiamo e, ovviamente, chiediamo come mai faccia le interviste alle tre del mattino: “Me lo chiedono tutti, non si preoccupi... Vado a dormire ogni giorno tra le cinque e le sette di sera. Poi mi alzo, faccio le mie cose, corro, apro il Rick Macci Tennis Center alle tre del mattino, sono in campo alle quattro e insegno per otto ore. Sette giorni su sette. Sono come una macchina. Sarà per questo che Rick Macci (“In Italia mi chiamerei Riccardo Macci, mio padre era italiano. Però non mi ricordo di dove…”) è stato il primo a ricevere la fiducia di papà Williams quando ha iniziato a costruire il progetto delle sorelle più vincenti del tennis. Lui, al ritorno di Serena a quasi 45 anni, ci crede. Come è certo che Jannik Sinner possa andare in doppia cifra con gli Slam. Ma la tentazione di farsi raccontare degli esordi con “VW e Jameka” come le chiama ancora adesso, è forte. Perché, dunque, resistere?

Rick, partiamo dall’inizio. 

“Fu Richard a chiamarmi per chiedermi di dare un’occhiata alle sue figlie. Sapeva che avevo allenato Jennifer Capriati, che a quattordici anni era già top 10. Parlammo al telefono. Richard è la persona più divertente che conosca. Mi disse: 'Voglio che tu venga a Compton. Ti prometto che non ti faremo sparare'. Era la prima volta nella mia vita che andavo io a vedere qualcuno e non il contrario”. 

Come andò il primo incontro? 

“Era maggio, un periodo più tranquillo. Volo a Compton. La sera in hotel arrivano Richard, Oracene, Venus e Serena. Loro sedute sulle ginocchia del padre abbracci, baci, proprio come nel film. Poi lui tira fuori un foglio e inizia a interrogarmi come fossi in tribunale. Potevo capire: voleva nella loro cerchia un modello, una figura paterna, qualcuno che fosse già passato da lì. E io avevo già allenato tanti ragazzi fortissimi. Va avanti due ore. Il giorno dopo dice: 'Ti veniamo a prendere con il bus. Andiamo all’East Compton Hills Country Club'. Salgo sul bus: Venus e Serena dietro, cartacce di McDonald’s, vestiti maleodoranti, asciugamani, cesti di palline. Una follia. Mi siedo davanti e mi si infilza una molla nel sedere. Spuntava dal sedile. Inizio a mettere la cintura e Richard mi dice: 'Non ti serve'". 

Si domandò 'chi me l’ha fatto fare'? 

“Diciamo che ero curioso. Dopo dieci minuti di strada mi guardo intorno: 'Strano posto per un country club', mi dicevo. Arriviamo in un parco. Sabato mattina, sette e mezza, una trentina di ragazzi gioca a basket, gente che beve, fuma, Insomma, non proprio un tennis club… Attraversiamo il campo da basket: si apre come il Mar Rosso. Tutti li salutano: 'Ehi Richard!', 'Ehi VW!', 'Ehi Jameka!' (il secondo nome di Serena è Jameka, ndr). Entriamo. Avevo fatto spedire una scatola nuova di palline Wilson. Richard mi dice: 'Rick, noi non usiamo palle nuove'. Tira fuori palline vecchie di quattro mesi, la metà non rimbalzava nemmeno. 'Voglio che le ragazze si abbassino, pieghino le gambe'. C’era un carrello della spesa legato con sette catene. Ci sono voluti venti minuti per liberarlo. 'Rick, altrimenti domani mattina non lo troviamo più'". 

C’era una rabbia dentro di loro che non avevo mai visto in vita mia, e non ho mai più visto

Rick Macci

Una volta liberate le palline, finalmente, il talento in purezza delle ragazzine Williams… 

“Avevo allenato Capriati, la miglior junior della storia americana, campionessa under 18 a dodici anni, fondamentali perfetti. Mi trovo in campo con ‘ste due bambine: braccia da una parte, gambe dall’altra, capelli con le perline che volano via. Passa un aereo, Serena si mette a salutarlo. Ho pensato: 'Ma io che ci faccio, qui?'. Dopo un’ora però iniziamo a giocare punti veri. Cambia tutto. C’era una rabbia dentro di loro che non avevo mai visto in vita mia, e non ho mai più visto. Correvan­o come pazze anche su palle irraggiungibili, a costo di cadere. Venus era già 1,75 circa. Inizio a proiettare il futuro: Richard alto, Oracene 1,78… Loro forti e agili. Ho capito che potevano non solo diventare numero uno entrambe, ma fare qualcosa di enorme per lo sport”. 

Ci aveva visto giusto… 

"Dopo i primi allenamenti ricordo di aver detto a Richard: 'Vieni qui all’Accademia. Hai tra le mani la prossima Michael Jordan al femminile'. Lui mi guarda, mi mette un braccio intorno al collo e mi dice, sorridendo: 'No, fratello. Ne ho due'. Quattro mesi dopo abbiamo chiuso l’accordo. Un rischio anche economico enorme da parte mia, che ho finanziato tutto. Camper, biglietti Disney, sparring, appartamento in Florida, il mio tempo, taekwondo, boxe, balletto. Un progetto gigantesco. Potevo sbagliarmi, ma alla fine abbiamo cambiato la storia”.

Quella passione non si è ancora spenta: Venus è ancora in campo, Serena ha ripreso ad allenarsi e si è iscritta al sistema antidoping. Pensa che tornerà? 

“Non ho dubbi che tornerà. Forse a Miami, o magari a Wimbledon. Si sta allenando anche con Alicia Parks – che ho allenato io anni fa – e con sparring uomini. Non me l’ha detto direttamente, ma tutto indica che voglia rientrare. Non ti alzi alle cinque per allenarti se vuoi solo giocare il doppio con tua sorella. Tornerà solo se penserà di poter competere. E non bisogna mai sottovalutare il cuore di una campionessa”. 

Serena portava dentro di sé le risse di strada di Compton. La chiamavo 'pit bull': quando ti prendeva non mollava

Rick Macci

Dalla sua esperienza cosa fa la differenza tra un giocatore talentuoso e un campione? 

“È un pacchetto completo. Velocità, genetica, dritto, rovescio, servizio. Poi alla fine è un gioco di centimetri tra le orecchie, ovvero di come gestisci la pressione nei momenti chiave. Tutti hanno talento, ma cosa ne fai? Poi c’è l’etica del lavoro. È un mix di tante cose. Guarda Alcaraz: la carta jolly è il movimento. Se arrivi sulla palla, hai diverse opzioni. Se hai opzioni, sei più calmo. Se sei più calmo, sbagli meno. Serena aveva tutto: grande, forte, veloce, tecnica eccellente, il miglior servizio di sempre. Ma portava dentro di sé le risse di strada di Compton. La chiamavo 'pit bull': quando ti prendeva, non mollava. Per questo è la più grande di sempre”.

E tra un buon coach e un grande coach? 

"Un grande coach cambia la vita. Uno buono magari cambia solo i colpi. Io guardo l’intero pacchetto e costruisco il gioco su misura. Venus, Serena, Capriati, Sharapova, Kenin, Pierce, Myskina, ora Vlada Herrero: giocano tutte in modo simile. Palla in anticipo, colpi puliti, campo accorciato. E poi lavoro sulla parte mentale: nel tennis hai venti secondi per dimenticare. Sul red carpet del film dedicato a loro, Venus e Serena mi hanno fatto il complimento più bello: 'Rick, tu e papà ci avete fatto il lavaggio del cervello per diventare numero uno'. Non parlo di junior, ma di battere Navratilova e le altre. Io guardo sempre alla destinazione finale. Servono genitori che ci credano. Richard lo ha fatto. Dovrei entrare nella Hall of Fame solo per averlo sopportato quattro anni! Scherzo: è il mio migliore amico. E Venus e Serena sono come figlie per me". 

Oggi va molto di moda avere due coach in un team, lei cosa ne pensa? 

“Dipende dal giocatore. Ma guardate Alcaraz e Ferrero: quando si sono separati tutti sono impazziti, come se fosse un dramma e invece Carlos non ha più perso un match e ha vinto uno Slam. Il coach è un mezzo, il giocatore è il protagonista. Serena aveva già vinto 12 Slam prima di Mouratoglou. A quel livello si lavora più su strategia e gestione che sulla tecnica. Uno o tre coach non importa: quando suona la campana, è il giocatore che deve andare in campo”. 

Lo spagnolo può completare il Grande Slam quest’anno?

“Mai dire mai. Ma è difficilissimo. Il margine è microscopico. Un let, una riga su palla break. Sembra superiore, e lo è. Ma mentalmente è durissima. Nessuno resta imbattuto. Non è impossibile, ma è molto difficile. Se qualcuno può farlo, è lui”. 

La piccola flessione di Sinner è normale: prima sembrava invincibile, ma non è una crisi

Rick Macci

Sinner sta vivendo un momento complicato dall’inizio della stagione. Come si gestiscono queste fasi? 

“Sinner è un campione autentico, sono sicuro che arriverà in doppia cifra negli Slam. L’ho soprannominato la Fiamma Italiana, il Red Rocket. Questa piccola flessione è normale: prima sembrava invincibile, ora il momento è di Alcaraz. Ha perso di poco con Djokovic – il più grande di sempre – e con Mensik, ma sono stati match tiratissimi. Non è una crisi. Se durasse mesi, allora sì. Ma state tranquilli: Sinner diventerà uno dei più grandi di sempre”.

Questo articolo è tratto da Smash, newsletter G+ a cura di Federica Cocchi, in uscita ogni martedì. Per iscriversi e per informazioni sulle altre newsletter di Gazzetta clicca qui

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