Chiappucci tra ciclismo e benessere: "Mi è sempre piaciuto andare controcorrente"

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Il carismatico ciclista Claudio Chiappucci, incontrato pedalando sul tracciato de La Diabolica di Asti, parla del suo modo di intendere il ciclismo e la sua passione per lo sport sempre intatta

Alberto Fumi

22 giugno - 18:09 - MONTEMARZO (AT)

Diavolo Rosso, El Diablo. Giovanni Gerbi, Claudio Chiappucci. Due corridori di epoche molto lontane, uniti dalle affinità del soprannome e, da qualche giorno, da un'impresa comune fuori dalle statistiche del grande ciclismo: la scalata del Gerbido Impedalabile a La Diabolica di Asti. Gerbi affrontò questo muro (pendenze fino al 32%) in località Montemarzo nel 1931, lontano dall'agonismo, ma solo per una scommessa fatta tra amici. Chiappucci lo ha scalato nel corso dell'evento ciclistico, cicloturistico e podistico, mosso dalla sua immutata passione per lo sport

“La mia storia è fatta di bicicletta - dice Chiappucci, sempre amatissimo dal pubblico di appassionati e pronto ad esaudire le richieste dei tifosi - qualcuno pensa che io venga solo a fare la comparsa, che venga solo a fare bella presenza, invece io voglio partecipare, competere: sono ancora integro per pedalare davvero, questo aiuta a trovare equilibrio e benessere”.

quante vittorie

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Classe 1963, originario di Uboldo, in provincia di Varese, si è guadagnato l'appellativo di El Diablo chilometro dopo chilometro, attacco dopo attacco, sulle salite del Tour de France e del Giro d'Italia. Professionista dal 1985 al 1999, è stato per anni la personificazione di un ciclismo istintivo, appassionante, che scaldava gli animi: secondo al Tour nel 1990 e nel 1992, capace di portare la maglia gialla per dieci giorni strappandola in una fuga lunghissima già nella prima tappa, e autore di una delle azioni più iconiche dell'era moderna, con la vittoria in solitaria a Sestriere nel 1992, dopo aver attaccato a oltre sessanta chilometri dal traguardo. E poi altri sigilli pesantissimi: una Milano-Sanremo e una Classica di San Sebastián, e corse a tappe come un Giro del Trentino, due Giri del Piemonte e una Volta Ciclista a Catalunya.

Amatissimo anche tra i cicloturisti, celebre e ricercato sebbene ci siano campioni ancora più decorati. Qual è il segreto di questo affetto che tutti gli appassionati provano nei suoi confronti? 
“Le vittorie vanno pesate, non solo conteggiate. Come qualità, come difficoltà, come peso specifico. Le statistiche, se le vai a guardare bene, non mi vedono poi così indietro. Ma sai cosa? La parte giornalistica mi ha a volte voluto far passare per il Poulidor italiano, l'eterno secondo ma il più amato. Alla fine ne traggo vantaggio io. In mezzo al pubblico ho più da guadagnare di chi potrebbe aver vinto qualche gara in più, ma non è all'altezza del mio carisma, una caratteristica di pochi che non costruisci con il palmares. Il segreto per essere sempre ben voluto? Mi mantengo stabile in quello che sono. Mi evolvo, ma non voglio cambiare per peggiorare o per diventare come tutti gli altri. Chi mi ha conosciuto tanti anni fa, deve ritrovarmi uguale oggi: trasmetto emozioni, condivido esperienza, un'esperienza vissuta, non studiata. Quando ce l'hai davvero, viene tutto più naturale. Cammino al passo con i tempi, ma non mi faccio trascinare nell'eccesso tecnologico”. 

Nota una deriva nello sport di oggi, una rincorsa ad una prestazione da sbandierare più che ottenere come evoluzione personale e parte di un processo? 
“C'è quello che io chiamo la finta prestazione, l'esibizione fine a sé stessa. Un'esasperazione di tutto quello che si fa, in ogni disciplina. Io invece, in qualsiasi cosa faccia - e ne faccio tantissime - cerco sempre l'equilibrio: riuscire a fare sport, trovare il benessere per me stesso, ottenere risultati soprattutto a livello emozionale. Stare in mezzo alla gente, sapersi raccontare, essere presenti, per una battuta, per un ragionamento, per chi ti fa una domanda e si aspetta una risposta vera”.

Lei ha anche esplorato il multisport, si è avvicinato al triathlon e vive di passione sportiva. Consiglierebbe questo approccio multidisciplinare anche a chi è orientato verso una sola specialità? 
“Ho sempre fatto una sorta di multisport. Ora gioco a golf, a padel, a tennis, faccio anche calcio: di tutto di più. Mi piace esplorare e impormi anche in ambienti dove il ciclista normalmente non si vede, dove, metaforicamente, devo prendere una sedia per stare alla stessa altezza degli altri. È un aspetto culturale: un ciclista deve farsi conoscere anche fuori dal suo mondo, non restare chiuso nella propria bolla. E questo aiuta ancora di più ad esprimere carisma e personalità, oltre a farsi conoscere in ambienti diversi. Esplorare nuovi contesti aiuta anche a migliorare le relazioni pubbliche. Ne parlo a ragion veduta: giro per il mondo anche per cose che non riguardano il ciclismo, questo vuol dire che il riconoscimento è più ampio, non è solo legato a quello che ho fatto nelle corse”. 

Infine, ci regali una pillola, un consiglio per chi vive la bici con passione, ma rischia di cadere nella trappola dell'esasperazione. 
“Non mi è mai piaciuta l'esasperazione, neanche quando correvo, anche se in tanti pensavano il contrario. Ho sempre fatto tutto con equilibrio, ponderando ragione e istinto. Mi piace ottenere risultati, ma non a qualunque costo: ci arrivo gradualmente, capendo cosa posso davvero tirare fuori da me stesso. Non cerco mai qualcosa perché lo fanno tutti, anzi, mi diverte andare controcorrente, trovare valore dove gli altri non guardano. Senza consumarsi, senza diventare come tutti. Questo è il mio consiglio: trova il tuo equilibrio. Vale in bici, e vale nella vita”.

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