Gli accordi tra le componenti sono necessari per la fumata bianca. La Serie A vale la metà dei Dilettanti, con la Serie B e C pesa solo il 36%, ma i club di vertice stavolta vogliono indicare il nome del nuovo n.1
L'Italia alle urne: sì, ma quella che vive dentro i palazzi del pallone, ai piani alti dei club, in campo o in panchina. Il 22 giugno si ripeterà un rito dalla forza attrattiva non banale, ma ristretto, molto ristretto: 274 delegati chiamati a esprimere 516 voti complessivi in ossequio alla tanto ingombrante ponderabilità, ovvero il "peso" che spetta a ognuna delle sei componenti del sistema calcio italiano. Serie A, Serie B e Lega Pro: i professionisti del pallone si dividono il loro 36%, 18 ai club del campionato, 6 alle società cadette, 12 a quelle dell’ex Serie C. I rappresentanti dei Dilettanti hanno la fetta più grande e per distacco: la Lega presieduta da Giancarlo Abete conta per il 34%. Giocatori e allenatori con le loro associazioni viaggiano sul 20% i primi, sul 10% i secondi. E, allora? Il "peso" nelle elezioni del vertice della federazione è stato riscritto così dopo la riforma dello statuto nel novembre del 2024 ed è stato riscritto non tra pochi malumori e disillusioni: la Serie A rivendicava per il fronte delle tre leghe del nostro professionismo il 50%, rivendicazione caduta nel vuoto.
lo scenario
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Il 22 giugno, l’Italia alle urne si ritroverà in un albergo romano per provare a uscire dal corto circuito, l’ennesimo del nostro movimento. Al primo scrutinio servirà il quorum dei tre-quarti dei voti, al secondo dei due-terzi, al terzo la metà più uno: il cammino è disegnato. Il "peso" delle singole componenti quindi diventa il discrimine per ogni tipo di convergenza o pronostico se si dovesse arrivare al giorno delle elezioni con più di un candidato in campo: è su questo tema che si gioca la sfida scheda in mano. Le ultime tre volte non c’è stata partita e si sapeva: il 22 ottobre del 2018 Gabriele Gravina ottenne il via libera con il 97,2%, il 22 febbraio 2021 con il 73,4% e il 3 febbraio 2025 con il 98,7%.
allenze
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I duelli, i più recenti, risalgono alla sfida del 6 marzo 2017: Carlo Tavecchio si prese la presidenza con un margine esiguo, 54% contro il 46% di Andrea Abodi. E incerto si presentò anche il confronto nelle urne tra lo stesso Tavecchio e Demetrio Abertini il 12 agosto del 2014: la campagna elettorale fu segnata dall’infelice (eufemismo) uscita di Tavecchio a sfondo discriminatorio senza però capovolgere il verdetto finale che lo vide salire sulla poltrona di via Allegri con il 63,6%. Le carte, di solito, le danno i Dilettanti e la Lega Pro, al netto dei franchi tiratori: se nasce un accordo tra loro, i giochi sono fatti. Così accade che il candidato di turno, per averne lo status occorre che almeno la metà più uno di una componente accetti o ti chieda di scendere in campo, non possa fare a meno di cercare l’appoggio di una delle due leghe più "pesanti". Se le alleanze sono traballanti, lo spettro del commissariamento diventa, inevitabilmente, reale: a fine gennaio del 2018, Damiano Tommasi (calciatori), Cosimo Sibilia (Dilettanti) e Gravina (Lega Pro) non furono spinti dalla volontà di accordarsi aprendo la strada all’intervento del Coni e alla successiva nomina del commissario.
i tempi
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I delegati delle leghe di serie A e B e della Lega Pro sono gli stessi presidenti dei club, quelli dei calciatori e dei tecnici sono eletti, per un quadriennio, dai rispettivi colleghi. I Dilettanti mandano al voto. Entro quaranta giorni prima della chiamata alle urne, chi vuole correre per la presidenza deve uscire allo scoperto e depositare il suo programma. Il 22 giugno si ripeterà un rito ricco di attesa: i club del campionato di Serie A non hanno la forza per potersi smarcare dalla logica delle alleanze per scegliere e portare alla presidenza un loro profilo, perché il 18% non glielo permette. Ma vogliono avere, dopo un lunghissima finestra di vent’anni, la possibilità di indicare un nome su cui costruire un progetto condiviso.

