Cattai: "Tre cerimonie unite nella diversità: Messico, Canada e Usa una sfida speciale"

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La Ceremonies Unit Director del Balich Wonder Studio racconta come nascono le cerimonie di ogni grande evento sportivo del pianeta...

Claudia Cattai è la Ceremonies Unit Director del Balich Wonder Studio, l’eccellenza milanese che da anni firma le cerimonie di ogni grande evento sportivo del pianeta e il Mondiale 2026 non poteva fare eccezione. Solo che, rispetto alle altre occasioni, stavolta tutto è stato moltiplicato per tre: più spettacolo, ma pure più complessità nel passaggio da Messico a Canada fino agli Stati Uniti. Lei rimbalza, dunque, da Città del Messico a Toronto fino a Los Angeles, dove c’è l’ultimo evento, il più grandioso, un attimo prima di Usa-Paraguay: “Il SoFi è lo stadio più bello in cui sia mai stata, offre infinite possibilità creative: un evento lì fa divertire ancora di più”, racconta la gran maestra di cerimonie. 

Dottoressa Cattai, ci può riferire qualche dietro le quinte a poche ore dall’inizio? 

“Senza fare troppo spoiler, dirò che è una cerimonia completamente diversa da tutte quelle che abbiamo realizzato in passato. Abbiamo voluto utilizzare un linguaggio allineato alla “coolness” di Los Angeles. La cerimonia in questa città rappresenta il vero test event prima delle Olimpiadi in termini di grandiosità. Per questo, ci saranno scenografie che non abbiamo mai utilizzato prima. Per la prima volta nella storia FIFA, le tre coppe sono state tematizzate rispetto ai Paesi ospitanti. Speriamo che questo diventi un protocollo permanente. Da questa edizione, poi, verranno rappresentate tutte le nazioni partecipanti e ci sarà un momento in cui FIFA celebrerà apertamente il proprio logo. Non voglio fare un parallelo diretto con i cerchi olimpici, ma sarà qualcosa di simile. Se il brand FIFA viene spesso associato soltanto al calcio o adesso alle polemiche, noi vogliamo legarlo anche all’intrattenimento”. 

Che rapporto avete con le celebrity e con i grandi artisti coinvolti? 

“Le celebrity sono scelte direttamente da FIFA, che ha prodotto l’album ufficiale e ha concordato con loro, e assieme a noi, dove si sarebbero esibiti. Che io sappia, e faccio questo lavoro da molti anni, non c’è mai stato un numero così alto di talent all’interno di una manifestazione sportiva”. 

Intende dire che non c’è mai stato un evento così grande? 

“No. Pensiamo all’halftime show del Super Bowl: c’è un solo artista che realizza uno show straordinario. Qui parliamo di una quantità enorme di talenti distribuiti su tre cerimonie” 

Come si costruisce un racconto unitario tra tre Paesi, tre città e tre culture diverse? 

“Bisogna partire dal messaggio più alto e trasformarlo in spettacolo. Ci è stato chiesto di rappresentare il concetto “FIFA unites the world”. Il nostro compito è stato tradurlo artisticamente. Nel tempo abbiamo creato delle cerimonie che, dal punto di vista creativo, sono veri e propri format: esistono elementi ripetibili che legano i tre eventi, grandi e spettacolari allo stesso modo. Anche dal punto di vista politico era importante che i tre Paesi ospitanti fossero allineati. Allo stesso tempo, però, è stata garantita la diversità culturale di ciascun Paese. Le tre cerimonie sono unite nella diversità”.

Se dovesse individuare un’unica immagine simbolica di questa vostra nuova esperienza Mondiale 2026, quale sarebbe? 

“La cosa bella è che per creare quell’immagine te ne servono tre. Devi fotografare i tre momenti finali delle tre cerimonie e metterli uno accanto all’altro. Non posso fare spoiler, ma provate a leggerli insieme come se fosse un trittico” 

Come si tiene insieme lo spettacolo per chi è presente allo stadio e quello televisivo? 

“Esistono due narrative diverse. Lo show viene progettato pensando contemporaneamente ai due punti di vista. Paradossalmente, il pubblico presente allo stadio rappresenta una parte molto piccola del nostro pubblico complessivo. Esiste una narrazione a 360 gradi per chi è nello stadio e una diversa per chi segue da casa. Noi progettiamo lo spettacolo in modo che chiunque sia seduto in qualsiasi punto dello stadio abbia la sensazione di essere in prima fila. È un principio fondamentale del nostro lavoro. Parallelamente esiste una narrativa televisiva costruita sui dettagli e concordata con il broadcaster della mondovisione. In pratica vengono scritti due copioni diversi”. 

La fresca esperienza di Milano-Cortina vi ha insegnato qualcosa che vi porterete in America? 

“A Milano abbiamo testato la prima vera cerimonia diffusa. Abbiamo dimostrato che il mondo è pronto per questo modello. È una possibile risposta alla crisi delle candidature per grandi eventi sportivi. Sempre meno Paesi si candidano perché organizzare Olimpiadi o Mondiali comporta costi enormi. Questa sarebbe la soluzione. Pensiamo al Mondiale 2030: l’apertura sarà in Uruguay per celebrare il centenario della prima Coppa del Mondo, mentre il torneo si svilupperà tra Marocco, Spagna e Portogallo. È probabile che esistano più cerimonie di apertura distribuite e tutte allo stesso livello di spettacolarità. Se rimaniamo su quest’anno, nessuno nella storia dei grandi eventi ha mai realizzato un’operazione come questa. Nessuno ha mai prodotto sei cerimonie in sessanta giorni. E, se contiamo tutto l’anno, noi ne abbiamo realizzate dieci”. 

A livello personale, c’è una cerimonia a cui è particolarmente legata? 

“Ne ho due. La prima è il Mondiale in Qatar. Mi ha insegnato che le cerimonie sono uno strumento potentissimo di soft diplomacy attraverso lo sport. La seconda sono le Special Olympics. Dal punto di vista umano sono qualcosa di toccante. Parliamo di atleti che durante l’anno conducono una vita normale e che, ogni quattro anni, diventano protagonisti assoluti. Vederli entrare insieme ai loro genitori, che spesso erano anche i loro accompagnatori, è stato commovente. Mi emoziono ancora oggi a pensarci”. 

Per chiudere: quando le chiedono che lavoro fa, lei come risponde? 

“Quando descrivo il nostro lavoro dico sempre che noi progettiamo tutto. Sappiamo quando arriverà l’applauso. Sappiamo quando il pubblico si emozionerà. Però c’è una cosa che non riusciamo mai a controllare: il ritorno dell’emozione. È come se l’emozione partisse da noi, si moltiplicasse attraverso tutto lo stadio e poi tornasse indietro, amplificata da migliaia di persone. Può sembrare retorica, ma è una sensazione fisica”.

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