Il proprietario: "Sono qui per vincere, non per i soldi. Anche Allegri e i giocatori sono delusi. valuterò tutto e tutti, ma ora testa solo alle ultime due partite"
Arrabbiato. Per i risultati, certo. Ma ancora di più con chi mette in dubbio la sua voglia, anzi 'l’urgenza' di vincere. Deluso. Perché dopo una buona stagione “stiamo rischiando di buttare via tutto”. Lucido. Perché l’analisi di cosa ha funzionato e cosa no è già (ovviamente) partita, “ma ora non è il momento, ora siamo tutti concentrati sulle ultime due sfide da vincere”. Gerry Cardinale non parla spesso, se lo fa adesso è perché l’ora è delicata. E ritiene utile mettere ordine nella materia Milan, dove in troppi hanno voglia di aggiungere elementi di confusione. L’estate porterà cambiamenti, questo è sicuro. Senza voler trarre conclusioni definitive, non pare un dettaglio che in mezz’ora di conversazione compaia tre volte il nome “Max”. E solo il suo.
Cardinale perché ha deciso di parlare?
“Come sa, di solito non concedo interviste, penso che le parole valgano poco, sono i fatti a dover parlare. Ma capisco che, in un momento come questo, sia giusto dare un messaggio chiaro”.
Cosa sta succedendo al suo Milan in caduta libera?
“Max e la squadra hanno fatto un ottimo lavoro per quasi tutto il campionato. Siamo stati in testa alla classifica, in corsa per lo scudetto fino alla partita contro la Lazio. E poi nelle ultime cinque partite, stiamo rischiando di gettare al vento la stagione. Sono nel mondo dello sport da tre decenni, so che queste cose succedono, ma questo non ti fa sentire meglio. Ora siamo concentrati nel vincere le ultime due partite. Ma, devo dire, agiamo dentro un contesto non facile: tante polemiche e tante falsità. Francamente sono un po’ deluso”.
C’è una cosa che vuole smentire subito?
“Per esempio che mi interessa solo il denaro e non vincere. È assurdo. Se guarda alla mia vita e alla mia carriera, io ho sempre vinto. E quindi, questa idea che io farei una cosa senza l’obiettivo di essere i numeri uno e di vincere con continuità (e sottolineo con continuità, concetto che sfugge sempre) è ridicola. Ma appunto devono essere i risultati a parlare e quando le prestazioni non raggiungono il loro potenziale come adesso, sono decisamente agitato. Io non alleno, non segno gol, non difendo, ma posso fare la mia parte: la mia parte è fornire le risorse finanziarie perché possiamo continuare a schierare una squadra vincente, non solo in Serie A, ma, si spera, anche in Europa. Questo è il mio lavoro, e sono piuttosto bravo a farlo”.
Torniamo ai risultati deludenti.
“Non sono contento, ovvio. Max non è contento, i giocatori non sono contenti. Vincere resta la priorità e vi posso assicurare che tutti vogliono vincere. Non aver vinto lo scudetto è una delusione, se non entriamo nelle prime quattro è un fallimento. Abbiamo avuti molti infortuni, adesso per esempio Luka (Modric, ndr) è fuori: è lo sport. Non si può sempre vincere, anche se il Milan dovrebbe, quando non lo fa è un fallimento. Però mi faccia aggiungere una cosa”.
Prego.
“Provengo da una cultura in cui, quando qualcuno inciampa, lo aiutiamo a rialzarsi, non cerchiamo di cancellarlo. Ora la squadra sta inciampando, perciò vorrei dire a tutti coloro che hanno a cuore la squadra di sostenerla e non demoralizzarla. Ci sono due partite da vincere, restiamo concentrati”.
I tifosi però stanno contestando la squadra e la dirigenza. Come la vive?
“Non biasimo i tifosi per essere arrabbiati, sono arrabbiato anch’io. Sono appassionati quanto me. Ma proviamo a sostenere i nostri ragazzi, invece di buttarli giù. Io provo un senso di responsabilità enorme, quando non siamo all’altezza e vedo la reazione dei tifosi la prendo molto sul personale, sono sconvolto. Mi entra sottopelle e sento un enorme obbligo di sistemare le cose con un’urgenza che nessuno dovrebbe mettere in discussione. Mi sveglio ogni mattina con il desiderio di vincere e con un profondo senso di delusione e frustrazione quando non ci riusciamo”.
L’ambizione è un punto cruciale. Molti tifosi temono che la sostenibilità finanziaria o la qualificazione in Champions diventino fini a se stessi, invece che un mezzo per riuscire a competere a livelli più alti.
“Mi sorprende che questo debba essere spiegato. Da quando possiedo il Milan abbiamo ottenuto risultati finanziari superiori alle aspettative, abbiamo registrato un flusso di cassa positivo per la prima volta nella storia. Perché è importante? Perché non sto prendendo quei soldi per metterli in tasca, li reinvesto. Ma la narrazione per cui disciplina finanziaria significhi non voler vincere non ha alcun senso. Nelle ultime tre stagioni, abbiamo speso più di qualsiasi altra squadra della Serie A sul mercato. Ora, magari non abbiamo speso al meglio. Mi do un voto più alto per i soldi che ho messo che per come li abbiamo spesi. Dobbiamo fare un lavoro migliore in modo che ci sia una correlazione diretta tra la spesa e le vittorie. Non ci siamo ancora riusciti. Non abbiamo fatto un buon lavoro e lo sistemeremo. Dobbiamo esaminare la struttura e la parte calcistica e collaborare con lo staff tecnico e il direttore sportivo per capire come possiamo lavorare meglio insieme”.
Bisogna giocare in modo competitivo in Europa. Si tratta del divario di 4 a 1 nei diritti tv tra la Premier League e tutti gli altri. Il gap del calcio italiano è aumentato
Quindi in estate cosa succederà? Crede che saranno necessari molti cambiamenti nel Milan, a tutti i livelli? Parliamo di dirigenza e di area tecnica.
“Cerchiamo sempre di far evolvere la nostra organizzazione. Quindi sì, tutti dovrebbero aspettarsi che ogni stagione, ma in particolare in quelle in cui le prestazioni sono inferiori alle aspettative, tutto venga rivalutato e io rivaluterò tutti e tutto quest’estate. Dedicherò tutta la mia estate a questo, dovreste dare per scontato che ci sto già riflettendo, sennò non farei il mio lavoro. Vediamo come finiremo, poi mi siederò... Mi sono già seduto con Max, abbiamo parlato di molte cose. Ci metteremo al lavoro una volta che la stagione sarà finita; ora non è il momento di parlarne”.
Ci dice almeno in che direzione andranno?
“L’obiettivo è migliorare l’organizzazione e portarla a un livello di eccellenza mondiale. L’obiettivo qui è vincere il più possibile ogni anno, ma anche assicurarci che, mentre lo facciamo, stiamo gettando le basi per vincere costantemente. Potremmo spendere una fortuna, ingaggiando giocatori affermati e puntando a vincere nell’immediato. Ma poi? Bisogna fare entrambe le cose. Quest’estate esamineremo l’organizzazione e vedremo cosa possiamo fare per colmare le lacune, perché non siamo stati all’altezza. Non si tratta solo di sostituire le persone, ma di esaminare la struttura organizzativa e assicurarci di avere tutto, dallo staff tecnico alla selezione dei giocatori al direttore sportivo alle academy: si tratta di un ecosistema olistico che deve essere migliorato. Quando ho preso in mano la squadra, non c’era. Lo sport, come molti settori, riguarda le persone. Bisogna avere le persone migliori, bisogna attrarre le persone migliori in tutte le aree. Non ci siamo ancora”.
Cosa ha imparato in questi quattro anni? Ha commesso degli errori?
“Sì, certo che ho commesso errori. Molti. Questa è probabilmente la cosa più difficile che abbia mai fatto. Ma sono un combattente e non mi fermerò finché non vincerò. Una delle lezioni più grandi è stata capire quanto il contesto sia diverso. Se non lo vivi, da americano non capisci il ruolo che il calcio e il Milan hanno nella comunità. Però vorrei che ci si concentrasse di più sui temi cruciali: l’importanza delle infrastrutture sportive; come modernizzare il calcio italiano; perché l’Italia ha mancato un altro Mondiale, il terzo di fila. Invece si fa polemica. Vede, non si tratta solo di Serie A. Si tratta di non presentarsi alle finali di Champions e perdere 5-0; si tratta di giocare in modo competitivo in Europa. Si tratta del divario di 4 a 1 nei diritti tv tra la Premier League e tutti gli altri. Il gap del calcio italiano è aumentato. Solo che, per come va il mondo oggi, non lo risolverete senza soldi. E io ho esperienza in materia di soldi, ma ho anche trascorso 30 anni nello sport. Non voglio trasferire in modo diretto come facciamo le cose in America. Sono pienamente consapevole del fatto che in Italia le cose sono diverse e che devo adattarmi a questo, e ho bisogno di circondarmi di grandi italiani che mi aiutino in questo; fa parte del percorso di apprendimento”.
Nella sua strategia di crescita ha un ruolo essenziale lo stadio: dopo ritardi e burocrazie, è ancora ottimista?
"Anche qui, è importante capire perché lo facciamo. Non è un’operazione immobiliare, non è un progetto di ego. Si tratta di migliorare il profilo finanziario del Milan per poter competere per i migliori giocatori del mondo. È anche, tra l’altro, qualcosa che dovremmo fare per i milanesi. Milano merita di avere uno stadio di livello mondiale, di essere riconosciuta a livello globale come la patria dello sport e di celebrare la sua cultura. Al momento non è così”.
Infine, ci dice qualcosa del progetto Nba Europe?
"L'Nba è probabilmente l'unico sport veramente internazionale che proviene dagli Stati Uniti. E come si è visto, i tempi del Dream Team con Michael Jordan, Magic e Larry Bird sono ormai finiti. Lo avete visto alle Olimpiadi, lo avete visto anche nel fatto che molti degli ultimi Mvp dell’Nba provenivano dall’Europa. Quindi l'Europa è davvero diventata una potenza quando si tratta di basket, e c'è un'enorme opportunità di collaborazione tra America ed Europa, che è musica per le mie orecchie. Ma anche qui io ci penso in termini di: “In che modo questo aiuta l'AC Milan?". L'Eurolega esiste da 26 anni, la maggior parte delle squadre non è redditizia. Non è sostenibile. Quindi penso che siano i club di calcio europei a dover collaborare con l'Nba e portare il basket dell'Nba in Europa. Ed è quello che cercherò di fare a Milano. L'obiettivo è continuare a elevare il marchio Milan, offrire opportunità alla tifoseria, continuare a migliorare il nostro profilo finanziario. Quindi fa tutto parte di un ecosistema in cui tutti dovrebbero trarre beneficio gli uni dagli altri".




