Dopo quattro stagioni in Mls, Brugman è tornato al Pescara per conquistare la salvezza: "Felice di aver ritrovato Insigne, non abbiamo intenzione di arrenderci"
Oscar Maresca
20 febbraio - 10:17 - MILANO
Gaston Brugman ha capovolto la clessidra per ricominciare. Sette anni dopo il suo addio, il centrocampista uruguaiano è tornato al Pescara. Nel 2019 da capitano ha sfiorato la promozione in Serie A, stavolta vuole aiutare la squadra a evitare l’incubo retrocessione. Domenica è bastato un suo destro potentissimo per stendere l’Avellino: “Abbiamo ritrovato la vittoria che mancava da due mesi. Fare di nuovo gol con questa maglia è un’emozione bellissima. Ho scelto di tornare perché questo gruppo ha bisogno di credere nell’obiettivo salvezza. Finalmente, la reazione è arrivata”. La formazione di Gorgone è ultima in classifica con 18 punti, mancano tredici partite alla fine della stagione. Tutto può ancora succedere: “Siamo vivi, i nostri avversari devono saperlo. Guai a sottovalutarci”. Il classe ’92 arriva da quattro ottime stagioni in Mls: “Nel 2024 ho vinto il campionato con i Los Angeles Galaxy, l’anno scorso ho conquistato l’Open Cup con Nashville. Cercavo una nuova sfida, Pescara aveva bisogno di me”.
Per abbandonare il fondo della classifica servono 7 punti da recuperare agli avversari. Una missione tutt’altro che semplice.
“Il gruppo è motivato, la situazione non è positiva, non abbiamo intenzione di arrenderci. Cerchiamo sempre di giocare, attaccare, fare la partita. Pure fuori casa. La sfida con l’Avellino è l’esempio perfetto. Tra i nuovi arrivi e i giocatori rimasti a gennaio abbiamo una squadra solida”.
A proposito di grandi ritorni, in Abruzzo ha ritrovato Insigne.
“Sono felicissimo di aver riabbracciato Lorenzo, ci siamo sfidati negli anni in Serie A e anche in Mls. Ha tantissima voglia di dimostrare che può ancora fare la differenza. In allenamento ha già segnato qualche gol con il tiro a giro, ma ciò che mi impressiona di più è la facilità con cui trova l’ultimo passaggio”.
L’ex capitano del Napoli non è l’unico campione che ha sfidato negli Stati Uniti.
“Ho avuto la fortuna di affrontare Suarez, Busquets, Jordi Alba. Pure il più grande di tutti: Leo Messi. La seconda volta che ci siamo sfidati gli ho chiesto la maglia prima della partita, lui me l’ha regalata. Poi in mezzo al campo sono intervenuto per contrastarlo, si è girato e ha detto: ‘Prima vuoi la maglietta e ora provi a fermarmi così?’, era ironico. L’avevo appena sfiorato”.
A che punto è il calcio in Mls?
“Negli ultimi anni è migliorato tantissimo. C’è più attenzione ai settori giovanili, il livello competitivo si è alzato. Il fatto però che sia un campionato chiuso, senza promozioni e retrocessioni, rende alcune partite quasi delle amichevoli”.
Le mancava l’Italia?
“Assolutamente sì. I tifosi del Pescara mi hanno inviato tanti messaggi sui social in questo periodo. Quando è arrivata la chiamata del presidente Sebastiani ho accettato senza pensarci. Sono arrivato in questo Paese all’età di 15 anni, mia sorella vive qui da sempre e sta per diventare mamma. Anche io mi sento per metà italiano”.
A portarla all’Empoli fu Mino Raiola.
“Giocavo un torneo U15 in Brasile. Sugli spalti c’era un collaboratore di Mino, parlò con la mia famiglia e organizzò il trasferimento in Toscana. Papà gestiva un albergo a Rosario, lasciò tutto per starmi accanto”.
Il ricordo più bello?
“Ne ho tre: la mia seconda partita in B contro il Vicenza, avevo 17 anni. Realizzai la rete dell’1-1, in tribuna c’era tutta la mia famiglia. Li cercai con lo sguardo durante l’esultanza, piangevano a dirotto. Poi il debutto in A con il Pescara: il 21 agosto 2016, sfidavamo il Napoli di Sarri. L’Adriatico era sold-out, avevo i brividi. L’ultimo è un gol davvero speciale”.
Ci dica.
“Quello su punizione contro la Juventus all’Allianz Stadium. Era il 2021, Buffon in porta e in barriera due campioni come Cristiano Ronaldo e Dybala. Peccato per il risultato, finì 3-1 per i bianconeri”.
Oltre a Empoli, Pescara e Parma ha indossato per una stagione pure la maglia del Palermo.
“Era il 16/17, fu un’annata complicata. Cambiammo sei allenatori senza riuscire a evitare la retrocessione in B. Il presidente Zamparini stravedeva per me, mi chiamava ‘il bambino’. Quando ci incrociavamo mi dava un paio di buffetti sulle guance. Per lui ero quasi come un figlio”.
Con Zeman al Pescara nel 17/18 ha vissuto la sua miglior stagione: 7 gol e 4 assist in 41 presenze.
“Con lui facevo la mezzala, voleva che giocassimo sempre in attacco. Ripeteva: ‘Buttate avanti il pallone’, noi lo assecondavamo. Ma che fatica gli allenamenti. Durante la prima settimana di ritiro ho visto compagni svenire per la fatica. In quei giorni sentivi dolore ovunque”.
È vero che nel 2014 ha sfiorato il trasferimento all’Atletico Madrid?
“Avevo 22 anni, subii la rottura del legamento crociato. Terminai il primo anno al Pescara in B con 4 reti in 35 presenze. In estate, durante una vacanza a Monte Carlo con Mino, mi mostrò i messaggi dei dirigenti dell’Atletico. L’accordo era quasi concluso. Poi è arrivato quel maledetto crack al ginocchio”.
Da giovane è stato vicinissimo anche alla convocazione con l’Italia U21.
“Dopo un’amichevole tra gli azzurrini e l’Empoli Primavera, l’allora c.t. Casiraghi ne parlò con i miei agenti. Ci furono alcuni problemi burocratici e non se ne fece nulla”.
L’Italia però è rimasta nel suo cuore.
“E lo sarà per sempre. A 33 anni sono tornato per salvare il Pescara”.



