Ascesa e caduta di Sancho, che voleva essere un duro

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Cinque anni fa pareva un talento da Pallone d'oro, giocava con Haaland e quello forte era considerato lui. Poi ha fatto una scelta sbagliata e la sua carriera s'è inabissata. La sua storia, che pare tratta da una canzone.

Giulio Di Feo

Giornalista

17 giugno - 13:36 - MILANO

C'è un'ironia di fondo crudele in questa storia: proprio mentre l'Inghilterra bussa forte alle porte del Mondiale, all'uomo che doveva esserne il portabandiera generazionale viene dato il benservito. Un comunicato di saluti scarno e impiegatizio firmato Manchester United, che in Inghilterra tutti i media hanno titolato "Il sogno di Jadon Sancho è diventato un incubo". È che in Premier se lo ricordano ancora quell' "it's a dream come true" pronunciato all'ufficialità del suo passaggio ai Red Devils. E il sogno mica era solo il suo, ma un po' di tutto il paese: era il talentone fuggito e poi rimpatriato, era lo smacco ai cugini del City che l'avevano mollato, era quello che prima o poi avrebbe vinto il Pallone d'oro, era quello che metteva d'accordo gli algoritmici perché numeri alla mano produceva più gioco di tutti i golden boys d'Europa e i non algoritmici perché tacchi, rabone, e serpentine nelle tabelle non ce li trovi. Era quello che giocava in coppia con Haaland e quello veramente forte era lui mentre l'altro ancora lo chiamavano il Lukaku bianco. Di più: era il Mbappé di Londra, il game changer della Generazione Z inglese, il ragazzo che avrebbe dovuto riportare il pallone nel paese che l'ha cucito. E pazienza per quel rigore sbagliato in finale contro l'Italia all'Europeo: trovate un solo gigante dello sport senza una macchia nel curriculum. Era il 2021, Sancho si sarebbe affacciato alla porta dei Tre Leoni solo un'altra volta, contro Andorra, poi più nulla. Volava come Icaro ma quell'estate gli si sono sciolte le ali e da allora in poi è tutta caduta. Il suo United è stato 83 partite, 12 gol, 6 assist, 3 prestiti e tante altre cose che i numeri non dicono. Forse le dice meglio una canzone di Lucio Corsi.

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