Dies Iran. Conteso e discusso, è
arrivato il giorno dello sbarco della nazionale di Teheran negli
Usa. Mentre tra Whashington e la capitale iraniana si
definiscono gli ultimi dettagli di un accordo di pace, tra
Tijuana e Los Angeles si costruisce il percorso del Team Melli
al Mondiale.
La nazionale di Taremi è attesa nella città in cui domani
debutterà alla Coppa del Mondo 2026, ma la partita con la Nuova
Zelanda non può che andare in secondo piano. Per i giocatori
iraniani è tutto incredibile, tutto diverso, a partire dalla
tradizionale conferenza stampa della vigilia che li vede
arrivare trafelati poco dopo essere atterrati da Tijuana. La
squadra di Teheran, infatti, ha scelto la città di confine
messicana, a 20 minuti di volo da Los Angeles, come quartier
generale così da non separarsi da buona parte del proprio staff
al quale gli Usa hanno negato il visto d'ingresso.
La guerra in Medioriente, lo scambio reciproco di colpi
nello stretto di Hormuz, i bombardamenti israeliani in Libano,
le speranze della firma di un accordo di pace, mille volte
annunciato e altrettante smentito: sono geograficamente distanti
migliaia di chilometri ma nella sala stampa non si pensa che a
questo.
C'è chi spera che il calcio possa realizzare quel miracolo
che nel 1971 si compì a Pechino con il ping pong: una partita
tra le due nazionali segnò la fine di oltre vent'anni di gelo
diplomatico tra Usa e Cina. Ma erano altri tempi. Ora a Teheran
ci si preoccupa che allo stadio non ci siano "provocazioni"
contro la Repubblica islamica, ovvero fischi e vecchie bandiere
da parte della foltissima comunità della diaspora iraniana a Los
Angeles. Quello che qualcuno ha già definito "dies Iran": i
contestatori del regime iraniano starebbero immaginando di
nascondere una maglia con la vecchia bandiera dell'Iran (al
centro aveva un leone e il sole) sotto una con quella attuale
(con la scritta Allah). La reazione che l'Iran ha già lasciato
trapelare, sulla base del regolamento Fifa che vieta
l'introduzione di simboli politici negli stadi, è interrompere
immediatamente la partita.
La sfida sembra quindi giocarsi più sugli spalti che in
campo. Washington, dal suo canto, può decidere se essere più o
meno rigida nei controlli all'ingresso al Los Angeles Stadium di
Inglewood. D'altra parte, la squadra iraniana ha mostrato,
all'arrivo in Messico, una spilla sulla giacca di tutti i
giocatori: il numero 168, quello delle vittime della scuola di
Minab bombardata per errore dagli Usa nel febbraio scorso. La
cifra ricorre in tutti i post del profilo Instagram ufficiale
della nazionale: l'ultimo, alla partenza dei giocatori dal
ritiro, tra mariachi che cantano, tifosi a caccia di autografi e
il 'grazie Tijuan' degli iraniani.
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