Ancelotti il brasiliano canta l'inno: e gli altri ct stranieri? Da Tuchel a Martinez: chi lo fa e chi no

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Carletto ha imparato il testo dell'Hino Nacional Brasileiro e lo canta prima di ogni gara perché si sente "orgogliosamente parte di questo Paese". Ma non tutti i selezionatori stranieri seguono il suo esempio

“Sono, con onore, parte di questo Paese”. Ancora una volta Carlo Ancelotti conquista tutti, prende posizione, non ha timore di ciò che può dire la gente, si comporta in maniera naturale. Il ct del Brasile qui ai Mondiali canta l’inno nazionale, con passione e convinzione: “Io conoscevo un solo inno, che era quello italiano. Ora ne sto apprendendo un altro, quello brasiliano, molto bello e anche molto difficile. Continuo a leggere le parole e canto, perché mi piace cantare”. 

‘ANCELOTTI BRASILIANO’

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Impossibile non volergli bene, e infatti in Brasile l’adorano e su questa storia dell’inno ci hanno fatto diversi editoriali. Il concetto è semplice: ‘Carlo, uno di noi’ pensano e dicono i brasiliani. In uno dei commenti, quello uscito sulla Folha de Sao Paulo intitolato ‘Ancelotti brasiliano’ (in italiano), il celebre PVC, Paulo Vinicius Coelho, ricordando che i ct stranieri al Mondiale sono 27 (quindi il 56% dei presenti), ha fatto notare come solo un altro tecnico, lo spagnolo Roberto Martinez che guida il Portogallo, canta l’inno. Non è una sorpresa aggiungiamo noi, perché il catalano cresciuto calcisticamente in Inghilterra cantava anche la Brabançonne belga quando era il ct dei Diavoli Rossi. Paese che va, inno che impara Bob Martinez. 

TUCHEL PER LA FINALE

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Sugli altri 25 tecnici non mettiamo la mano sul fuoco in tema di inno cantato, però è tale l’impatto di uno straniero che si sgola cantando la canzone che rappresenta un Paese diverso dal suo che sarebbe venuto fuori. Prendete il caso dell’Inghilterra, nazione simbolo in ambito di attaccamento all’eredità imperiale. Già aver preso un tedesco per la panchina è stato un colpo al cuore del nazionalismo più bieco. E ovviamente è rapidamente partita la campagna per stuzzicare Thomas Tuchel sul tema inno. Tanto che il tedesco si è pubblicamente esposto nella prima conferenza stampa del Mondiale: “Non sono ancora pronto a cantare l’inno. Non penso che siamo arrivati a quel punto. Magari in finale. Sono ancora piuttosto timido. Non voglio offendere nessuno o che quella dell’inno diventi la storia principale in questo momento”. Tuchel resta lontano dalla ribalta, vuole che i fari siano puntati altrove. Un tedesco che canta il ‘God Save the King’ effettivamente rischierebbe di oscurare l’intero piano sportivo. E allora Tuchel resta con la bocca cucita. 

ALTRE STORIE

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Detto questo, cantare o non cantare l’inno nazionale non significa attirarsi più o meno simpatie e guadagnare più o meno rispetto. Christiansen, il danese-spagnolo che guida Panama da 6 anni, è amatissimo, così come l’australiano Graham Arnold si è guadagnato l’amore del popolo iracheno andando a vivere a Baghdad quando non ci voleva andare nessuno. Il francese Migné non ha potuto mai mettere piede ad Haiti perché è troppo pericoloso, altro che cantare l’inno, ma aver portato il tribolato Paese ai Mondiali gli ha garantito gloria nazionale eterna. Il belga Hugo Broos non canta il meraviglioso ‘anthem’ sudafricano, ma usa Nkosi Sikelel’i Africa, sentitissimo nel Paese Arcobaleno, come uno strumento motivazionale potentissimo. Esattamente come l’argentino Nestor Lorenzo con quello colombiano. No, lui non canta, ma il sentimento di appartenenza è evidente anche senza parole. Perché alla fine ogni Paese ha una sua storia. Oltre che un suo inno.

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