Analisti: 'Mercati nervosi, il petrolio resta sotto pressione'

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Il clima sui mercati continua a rimanere particolarmente nervoso. Ieri le parole del nuovo Leader iraniano, Mojtaba Khamenei, sulla conferma della chiusura dello stretto di Hormuz, non hanno di certo aiutato il clima, con il Brent che ha chiuso sopra i 100 dollari al barile. E' questo il quadro che delineano gli analisti finanziari circa l'impatto della guerra in Medio Oriente sul prezzo delle materie prime energetiche. Al momento è "difficile individuare un catalyst che possa stabilizzare i mercati, anche se abbiamo raggiunto su diverse metriche livelli di estremo, sia sui bond che sull'azionario, che potrebbero in parte frenare le vendite", spiega Mps Strategy.

Per gli analisti di Barclays, più il conflitto si protrae, maggiore è la "pressione al rialzo sul greggio e più acuti diventano i rischi sia per l'inflazione che per la crescita". Nonostante il recente annuncio del rilascio delle riserve strategiche di petrolio e la decisione di Donald Trump sul greggio russo, il petrolio sta nuovamente testando la soglia dei 100 dollari al barile e la "correlazione tra azioni e petrolio rimane per ora estremamente negativa". Ma per ora, il sentiment "rimane resiliente, in attesa di un conflitto di breve durata. Quindi, se la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi e il petrolio superasse in modo sostenibile i 100 dollari al barile, la fiducia del mercato in un "Trump put potrebbe trovarsi sempre più sotto pressione", conclude Barclays.

Attraverso lo stretto di Hormuz, oltre al transito di 20 milioni di barili al giorno di petrolio greggio, che rappresentano il 20% del consumo globale, bisogna valutare anche il transito del 20% delle esportazioni globali di Gnl, del 25% delle esportazioni globali di fertilizzanti e del 35% delle esportazioni di urea. In questo contesto, la sua chiusura, anche su "base temporanea, rappresenta uno shock stagflazionistico globale", afferma Mark Dowding, dixed income di Rbc BlueBay Am. "Nel tentativo - aggiunge - di valutare l'impatto inflazionistico su base aggregata, molto dipenderà da quanto a lungo il commercio resterà compromesso e dalla capacità di reindirizzare parte di questa produzione verso altri punti di transito".

Il mercato ignora la mossa di Trump sul petrolio russo

Anche se il conflitto non dovesse durare ancora a lungo, "potrebbe già avere un impatto negativo tangibile sulla crescita economica e sull'inflazione". Lo evidenzia Benoit Peloille, direttore degli investimenti presso Natixis wealth management a Bloomberg. I prezzi del petrolio, secondo quanto sottolineano gli analisti riportati dall'agenzia americana, sono ora superiori di oltre il 60% rispetto all'inizio del 2026, ignorando le mosse coordinate delle nazioni ricche per rilasciare le riserve di greggio e la decisione dell'amministrazione Trump di concedere una seconda deroga temporanea che consente l'acquisto di petrolio russo. Goldman Sachs Group ha avvertito che i prezzi del greggio potrebbero "superare il picco del 2008 vicino ai 150 dollari al barile, qualora i flussi attraverso lo stretto di Hormuz rimanessero depressi fino a marzo". La durata del conflitto è "fondamentale. Abbiamo aumentato leggermente la ponderazione del dollaro Usa solo per rafforzare la nostra copertura. Mentre i movimenti nel settore energetico alimentano i timori di un imminente aumento dei prezzi".

Il greggio Brent è stato scambiato sopra i 100 dollari al barile dopo una delle "settimane più volatili di sempre per il mercato petrolifero, con gli investitori che si preparano a ulteriori sconvolgimenti". E' questo il quadro degli analisti di Bloomberg, dopo la mossa di Donald Trump sul petrolio russo. In un "ulteriore tentativo di cercare di frenare l'impennata dei prezzi, gli Stati Uniti hanno emesso la loro seconda deroga temporanea per l'acquisto di petrolio russo. L'ultima misura, che riguarda il petrolio caricato sulle navi prima del 12 marzo, è più ampia rispetto a una direttiva di inizio mese che autorizzava solo l'India ad aumentare i propri acquisti. Il quasi arresto delle spedizioni attraverso lo stretto di Hormuz alimenta i timori di una crisi inflazionistica e sta iniziando a colpire alcune economie", proseguono gli analisti. "Si tratta della più grave interruzione dell'approvvigionamento petrolifero dagli anni '70", osserva Philip Jones-Lux, analista di mercato senior presso Sparta Commodities. Il rilascio dell'Aie contribuisce a impedire che i prezzi raggiungano "livelli stratosferici", ma probabilmente solo per un breve periodo, ha aggiunto.

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