Per il generale "i partigiani volevano un’Italia soggiogata da una dittatura comunista che facesse riferimento a Stalin"
Il 25 aprile resta, nel dibattito pubblico e politico, nonostante gli 81 anni trascorsi, una ferita per alcuni ancora aperta. In attesa che le piazze si riempiano -come ogni anno- di bandiere e canti partigiani, c’è chi rivendica il "diritto a una memoria diversa" che non si adegua "alla narrazione unilaterale della storia". Il generale Roberto Vannacci, leader di Futuro nazionale, intervistato dall'AdnKronos, è uno di quelli che vorrebbe cambiare quella 'storia': "Vorrei una riconciliazione vera, capace di onorare tutti i caduti, al di là delle divise, di chi era partigiano o repubblichino, di chi era da una parte o dall'altra". Perché "quelli erano tutti figli della stessa nazione", sottolinea l'ex capo dello Folgore.
Cosa farà lei il 25 aprile, generale Vannacci?
"Il 25 aprile festeggio San Marco, patrono della città che ha dato vita alla Repubblica più longeva della penisola italica. Se invece si riferiva alla Festa della Liberazione, mi dispiace deluderla: no, non la festeggerò".
Quindi, dove sarà e cosa farà?
"Andrò al mare, a correre, forse a nuotare. Mi dedicherò alla famiglia: starò con le mie figlie, alle quali dedico sempre troppo poco tempo e troppe rare attenzioni. Onorerò la mia casa: mi occuperò di qualche lavoro domestico, sono indietro con alcune riparazioni elettriche e idrauliche. Le faccio da solo, perché sono convinto che anche una casa ordinata e funzionante vada meritata, senza dover chiamare nessuno. Se mi avanzerà tempo, allenerò la mente: proverò a scrivere qualche pagina. Ho un libro da terminare e, prima o poi, ce la farò".
Per quale motivo non parteciperà alle celebrazioni ufficiali?
"Non mi riconosco nelle bandiere rosse, in “bella ciao”, né nell’arroganza di chi, ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, continua a marcare la distanza tra due schieramenti. Senza contare che eravamo tutti italiani, molti dei quali morti con onore per la Patria, sebbene da prospettive diverse".
Quali condizioni dovrebbero esserci, secondo lei, per rendere questa data una festa davvero condivisa?
"La festeggerei se si facesse davvero pace con la storia, che ci racconta di un Paese prima in gran parte fascista e poi in gran parte antifascista e se segnasse un punto di ripartenza dopo una sconfitta", avrebbe senso "se fosse il momento in cui tutti gli italiani si sentono ancora più uniti e si promettono di andare avanti insieme, per il bene, il prestigio e l’onore dell’Italia".
Cosa critica dell'attuale narrazione della Festa di Liberazione?
"Si assiste sempre alle solite tiritere sull’antifascismo, senza considerare che il fascismo è terminato ottant’anni fa. Si risentono le invettive sui crimini fascisti, dimenticando il sangue dei vinti, come successo a Malga Porzûs, ad esempio, o dei cosiddetti 'fascisti', uccisi a guerra finita, come il signor Ascari, solo per citarne uno dei tanti, seviziato e segato in due da vivo perché benestante da chi si definiva un combattente per la libertà. Sentiamo i discorsi sulla resistenza che avrebbe liberato l’Italia, dimenticando che l’Italia è stata invece liberata dagli Alleati. Vediamo i giusti sguardi affranti di fronte ai morti nelle stragi naziste, dimenticando le vittime civili, molto più numerose, sotto i bombardamenti alleati e infine le riverenze ai partigiani come portatori di democrazia, trascurando che la maggior parte di loro aspirava a un’Italia soggiogata da una dittatura comunista che facesse riferimento a Stalin".
Dunque non la vedremo mai in piazza per il 25 aprile?
"Il giorno in cui il 25 aprile non sarà più una festa 'contro', ma una ricorrenza capace di unire tutti gli italiani, quando diventerà un momento di condivisione e partecipazione, quando celebrerà con solennità tutti coloro che si sono coraggiosamente sacrificati per la Patria, senza distinzioni di campo o di colore, allora scenderò in piazza, fiero del nostro passato e pronto a impegnarmi per un futuro nazionale sempre più prospero e radioso". (di Francesco Saita)





