Mps sotto assedio, Lovaglio studia le contromosse

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Il blitz di Intesa su Mps travolge i piani dell'amministratore delegato del Monte, Luigi Lovaglio, da un anno e mezzo impegnato a costruire, attraverso l'acquisizione di Mediobanca, una piccola Jp Morgan italiana.

Non è un mistero che Mps guardasse al Banco come alla prima opzione per quell'ulteriore salto dimensionale con cui ritagliarsi centralità e autonomia nel sistema bancario italiano.

Ora quel disegno, accarezzato anche da Piazza Meda - come dimostra la richiesta di un tavolo sulla fusione con cui il Banco ha cercato di anticipare la mosse di Intesa - rischia di infrangersi contro la potenza di fuoco di Ca'de Sass e Unipol, che intendono spartirsi Mps, con Intesa che terrà Mediobanca, la quota in Generali e metà delle filiali, consolidando la sua leadership in Italia, e il gruppo guidato da Carlo Cimbri che rileverà metà della rete e le funzioni centrali, da fondere poi in Bper, che diventerà la nuova Banca Monte dei Paschi, ma non più "di Siena".

Lovaglio sta studiando con i suoi advisor, Ubs e Bofa, la "lettera d'amore" di Banco Bpm, come l'ha derubricata Messina, e l'offerta di Intesa, per ora qualificata come "non concordata", in finanza spesso sinonimo di 'non gradita' se non 'ostile', proseguendo in "tutte le attività di integrazione con Mediobanca". Nient'altro trapela, così come tace Bpm, in attesa che il Monte si esprima sulle sua proposta, anche se uno dei tasti su cui Lovaglio potrebbe battere con Ivass e Antitrust è quello di un'eccessiva concentrazione in capo a Ca' de Sass.

"Toccherà al cda di Mps valutare la proposta", "io era ancorato a un progetto di integrazione con Mediobanca", "punto di partenza per poter creare qualcosa di più grande", ha dichiarato Pierluigi Tortora, promotore della lista che ha rimesso in sella Lovaglio. "Pregiudiziali non ne ho mai" ma ancora "non ci sono tutti gli elementi" per valutare l'offerta di Intesa.

Con la politica a bordocampo, l'unico modo per Lovaglio di resistere è proporre ai soci un'operazione più convincente.

Strada strettissima e in salita, anche considerate le spaccature nel cda del Monte e la necessità, per effetto della passivity rule, di passare in un'assemblea dove Lovaglio, che pure non va sottovalutato, non dispone di un nocciolo stabile di azionisti e non gode della fiducia di un socio importante come Caltagirone.

Diverso se a muovere su Siena fossero altri con un'offerta diretta ai soci: qualcuno ipotizza che Castagna, affiancato dall'Agricole, possa tentare la carta di un'ops, che però dovrebbe offrire un premio più alto e gestire la scomoda presenza, politicamente parlando, dei francesi. Altri guardano a Unicredit, salita al 9% dei diritti di voto delle Generali, che potrebbe rilevare quote rotonde di Mps, come quella di Delfin (17,5%), di cui sta finanziando il riassetto, sempre che Orcel - impegnato in Germania nella scalata a Commerzbank - non torni a rivolgere le sue attenzioni sul Banco. Per ora solo idee nell'Iperuranio della finanza mentre in Borsa la speranza di una battaglia ha portato l'offerta di Intesa a sconto del 3%.

Più concrete invece le preoccupazioni tra i dipendenti, con la First Cisl che respinge "qualsiasi ipotesi di smembramento", la Fabi che invoca la "tutela dell'occupazione", la Uilca che chiede di mettere "le persone prima delle operazioni". Timori che riecheggiano anche nei palazzi della politica toscana e senese dove il cardinale Augusto Paolo Lojudice chiede di "rispettare la storia plurisecolare della prima banca aperta al mondo" e il presidente della Regione, Eugenio Giani, promette di "difendere" Mps dai "tentativi" di ridimensionarla. 
   

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