Il giovane pilota della Mercedes ha iniziato a nove anni a derapare e non ha mai smesso
C’è una tradizione che ha accompagnato Kimi Antonelli in tutta la sua carriera, dai kart fino alla Formula 1: l’abitudine di concedersi “un traverso” di festeggiamento all’ultima curva di una gara prima della vittoria. Lo ha fatto anche in Cina, in occasione del suo primo successo in F.1, ma ha preferito non ripetersi a Suzuka: «Perché il mio ingegnere e Toto Wolff non sarebbero stati molto felici e ho preferito restare tranquillo». La storia che lega il giovane italiano a questi traversi racconta però molto più di un semplice marchio di fabbrica al traguardo.
gli inizi
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È iniziato tutto a Livigno, sul ghiacciodromo dell’Università del traverso, diretta da Marco 'Babba' Baroncini: "Kimi è venuto da noi la prima volta nel 2015 - racconta - non aveva ancora compiuto nove anni ed era alto appena un metro e trenta". I pedali non erano un problema ma per vedere bene la pista servivano alcuni cuscini sul sedile di guida. Ma Kimi non aveva paura, era abituato a correre sui kart e a destreggiarsi su qualsiasi mezzo, le prime esperienze sulle macchine rappresentavano quindi un passaggio naturale: "Prima si inizia e meglio è - sottolinea Baroncini - infatti il controllo della vettura che ha oggi Kimi è quello di un ragazzo che ha imparato presto a gestirsi in ogni condizione". E quelle del ghiacciodromo lo hanno immediatamente messo alla prova: acceleratore premuto su una Mitsubishi Evo IX da 280 cavalli, senza paura di sbagliare. "Non voleva più scendere - ricorda Baroncini - e poi dopo la prima volta è tornato a trovarci tutti gli anni successivi, sempre accompagnato da sua mamma". I traversi, una volta imparati, sono stati portati poi anche in pista: "Festeggia così da sempre e per me è bello vedere che questa tradizione gli è rimasta dentro, anche adesso che è arrivato in F.1".
problemi... in partenza
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Antonelli, che in questa lunga pausa di aprile dalla Formula 1 dovrà concentrarsi sul migliorare le partenze, punto debole del suo inizio di stagione, aveva già ai tempi dell’Università del traverso qualche piccolo problema con gli scatti al via: "A otto anni non aveva mai usato una frizione - ricorda Baroncini - io mi sono messo al suo fianco in macchina e gli ho detto di non preoccuparsi, lui doveva schiacciare l’acceleratore e io cercavo di dargli una mano nell’accensione, però non riusciva a partire e alla fine si è bruciato il motorino di avviamento". Di strada ne è stata percorsa tanta da allora, da quel bambino alto poco più di un metro che senza paura si divertiva a imparare sempre qualcosa di nuovo alla guida: "Aveva un carattere spettacolare, lo stesso di oggi, sapeva stare con tutti - ricorda 'Babba' - e quando si trattava di motori non aveva mai il timore di mettersi alla prova". Il segreto? "I genitori, due persone incredibili che l’hanno sempre aiutato, e la sua voglia instancabile di divertirsi alla guida". Che si tratti di traversi sul ghiaccio o di Formula 1.

